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Attualità 3 min di lettura1 ott

Alpi svizzere, l’allarme ghiaccio: persi quasi 20% in cinque anni

Nel 2026 la massa glaciale elvetica è calata del 5,5%, spinta da caldo intenso e poca neve: per gli esperti la sopravvivenza a lungo termine è ormai a rischio

«È quasi troppo tardi» per salvare i ghiacciai delle Alpi svizzere, ha avvertito Matthias Huss, responsabile di Glamos. Secondo il glaciologo, ridurre le emissioni di CO2 resta indispensabile per contenere i danni, mentre nelle calotte polari esiste ancora la possibilità di limitare conseguenze come l’innalzamento dei mari.


Lo scioglimento minaccia l’acqua europea

Tra luglio e settembre la Svizzera ha perso una quantità d’acqua stimata in 2,2 trilioni di litri. Il volume corrisponde a circa quattro volte il consumo annuale del Paese, che conta 9,1 milioni di abitanti.

La riduzione dei ghiacci non riguarda soltanto il territorio elvetico. La Svizzera è considerata una delle principali riserve idriche d’Europa e contribuisce all’alimentazione di grandi corsi d’acqua come Danubio, Po, Reno e Rodano. Anche la produzione elettrica nazionale, ottenuta per oltre metà dall’energia idroelettrica, può risentire della trasformazione del sistema glaciale.


Cinque anni di arretramento continuo

Nel 2026 i ghiacciai svizzeri hanno lasciato sul terreno il 5,5% del loro volume. Si tratta della seconda contrazione annua più ampia mai rilevata, superata soltanto dal dato del 2022.

Il calo percentuale odierno è superiore a quello del 2003, quando la perdita raggiunse il 3,5%. In termini assoluti, però, allora il ghiaccio disponibile era molto maggiore: oggi equivale a circa un terzo del volume di 23 anni fa. Nell’arco degli ultimi cinque anni, la massa glaciale elvetica si è ridotta di quasi un quinto.

Il risultato è legato soprattutto alle temperature elevate e a precipitazioni nevose invernali insufficienti. La rete Glamos e l’Accademia svizzera delle Scienze segnalano che l’Europa, già il continente con il riscaldamento più rapido, sta osservando con particolare evidenza gli effetti di questa evoluzione.


Caldo e neve cambiano l’equilibrio

«Il riscaldamento attuale dipende interamente dal cambiamento climatico causato dall’uomo», ha spiegato Huss. A suo giudizio, senza le emissioni prodotte dalle attività umane e l’impiego di combustibili fossili, oggi non si registrerebbe questo aumento delle temperature.

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La neve stagionale svolge una doppia funzione. Da una parte copre il ghiaccio più antico e ne rallenta la fusione; dall’altra fornisce il materiale necessario affinché, alle quote più alte, possano conservarsi accumuli utili alla formazione di nuovo ghiaccio. Quando il manto nevoso è scarso o scompare presto, entrambe le protezioni vengono meno.


Dalle Alpi all’Himalaya

Il fenomeno non è confinato alle montagne svizzere. Gli esperti collegano il riscaldamento globale anche all’instabilità di un versante himalayano, crollato ad agosto e all’origine di alluvioni mortali in Nepal. Nel frattempo, le osservazioni satellitari hanno documentato una forte riduzione dei ghiacciai in Groenlandia e in Antartide nel corso dell’ultimo mezzo secolo circa.

Sulle Alpi, il 2026 ha prodotto una diminuzione media dello spessore compresa tra 2,5 e 4 metri. In alcuni casi, lungo le lingue glaciali, il ritiro verticale è arrivato fino a 10 metri, una misura che rende visibile l’accelerazione del processo.


Le misurazioni nelle zone più colpite

Squadre specializzate hanno controllato il deflusso dell’acqua e le fratture aperte all’interno dei ghiacciai. Per seguire i percorsi dei torrenti sotterranei, in alcuni punti è stato utilizzato anche un colorante rosso versato nei corsi d’acqua.

Tra i ghiacciai che hanno mostrato alcune delle perdite più elevate figurano Allalin, Clarident, Rodano e Aletsch, il più esteso dell’intero arco alpino. Per Glamos, questi dati confermano che, nelle condizioni attuali, ai ghiacciai alpini resta una possibilità molto limitata di durare nel lungo periodo.

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