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Attualità 2 min di lettura2 ore fa

Alieni, complotti e fede: il viaggio americano di Daniel Lavelle

Nel suo libro, il giornalista britannico attraversa gli Stati Uniti per capire perché tante persone trasformino la ricerca degli Ufo in una missione esistenziale.

Per alcuni il cielo è un luogo da osservare in attesa di un segnale; per altri, la prova che la realtà nasconda qualcosa di decisivo. Daniel Lavelle parte da questa attesa per raccontare gli Stati Uniti degli Ufo, seguendo persone che hanno fatto dell’ipotesi extraterrestre il centro della propria vita.

Pubblicato da Iperborea, “Vivono tra noi, dischi volanti, cacciatori di alieni e teorie del complotto” porta il lettore in un’America dove il sospetto viene trattato come metodo d’indagine e l’enigma può diventare anche un prodotto commerciale. Il viaggio del giornalista britannico non cerca soltanto una risposta sull’esistenza degli alieni: prova a capire perché il bisogno di crederci sia così forte.

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Il mistero diventa una missione

Nel corso dell’inchiesta Lavelle incontra ufologi, militari, presunti specialisti, persone convinte di essere state rapite e individui persuasi di avere origini su pianeti lontani. Le loro storie oscillano tra il comico e l’inquietante, passando talvolta per collegamenti inattesi con la religione.

Uno degli intervistati interpreta gli extraterrestri in chiave biblica: «La Bibbia non parla apertamente di alieni, ma credo che siano angeli venuti a metterci in guardia perché stiamo distruggendo il mondo». In questo universo, l’ipotesi degli Ufo si intreccia così con la fede, la paura e la ricerca di una spiegazione capace di ordinare il caos.

Il libro, tuttavia, non è soprattutto un’indagine sulla presenza di esseri provenienti da altri mondi. Gli alieni rappresentano il punto di partenza per osservare un impulso più vasto: la convinzione che dietro gli avvenimenti visibili esista un disegno nascosto, custodito da governi, apparati segreti o civiltà sconosciute.


La verità oltre il cielo

Lavelle guarda a questo ambiente con attenzione, ironia e prudenza. Non si comporta come un cercatore di prove sensazionali, ma come un cronista interessato alle ragioni di chi trascorre anni aspettando una rivelazione. La domanda centrale diventa allora non “che cosa si nasconde lassù?”, bensì “che cosa spinge queste persone a cercarlo?”.

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La risposta suggerita dal reportage riguarda anche il desiderio di sentirsi diversi dagli altri: speciali, scelti, depositari di una conoscenza inaccessibile alla maggioranza. Il complottismo offre una comunità, un avversario e un compito preciso, quello di smascherare una presunta menzogna. In questo senso può assumere i tratti di una religione priva di istituzioni religiose.

Questa dinamica non resta confinata ai deserti del Nevada o agli incontri tra appassionati. La stessa fame di certezze attraversa la politica e le comunità digitali, dove un’informazione diventa facilmente una prova e una smentita può essere reinterpretata come conferma dell’inganno.


Un ritratto dell’America contemporanea

L’attesa degli extraterrestri finisce quindi per riflettere la delusione verso la società umana. Immaginare una civiltà superiore può sembrare meno doloroso che confrontarsi con un mondo spesso ingiusto, ordinario e privo di un significato già stabilito.

È qui che l’inchiesta amplia il proprio campo: dal fenomeno degli Ufo passa al bisogno, molto terreno, di trovare ordine nel disorientamento. Il silenzio dell’universo, con le sue domande ancora aperte, può perfino apparire più sopportabile del rumore prodotto dalla realtà quotidiana.

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