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Attualità 3 min di lettura12 ore fa

Albanese e il nodo delle parole: le scuse non chiudono il caso

Dalla guerra in Ucraina alle definizioni di antisemitismo e Muselmann, la rettifica della relatrice ONU non risolve i dubbi sul rigore delle sue argomentazioni

Francesca Albanese sostiene di non avere una soluzione per concludere la guerra in Ucraina, ma ritiene comunque necessario interrompere l’invio di armi a un Paese colpito da un’aggressione che lei stessa considera illegittima. Nello stesso quadro ha ipotizzato che la NATO, sotto la guida degli Stati Uniti, possa avere interesse a mantenere l’Europa in una posizione di debolezza.

In un’intervista al sindacato argentino CLATE, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati ha inoltre definito il cessate il fuoco a Gaza «una grande distrazione, uno strumento per spegnere la mobilitazione internazionale». Una tregua può essere fragile o insufficiente, ma porla soprattutto in relazione all’effetto sulle proteste significa attribuirle una priorità diversa dall’interruzione delle operazioni militari e delle vittime.


Le posizioni che alimentano il dubbio

Anche sul futuro politico di Israele Albanese ha espresso una valutazione netta: a suo avviso, un eventuale cambio di governo non modificherebbe la situazione. Un simile giudizio finisce per considerare irrilevanti il confronto elettorale, l’opposizione e la mobilitazione della società civile israeliana, come se il problema non riguardasse più una specifica maggioranza ma l’intero Paese.

La stessa impostazione emerge nel giudizio sulla soluzione fondata su due popoli e due Stati, indicata da Albanese come una «decisione sadica» in riferimento alla crescita degli insediamenti. La difficoltà di attuare quel progetto non dimostra, da sola, che il suo obiettivo sia crudele; chi lo rifiuta dovrebbe però chiarire quale assetto alternativo possa offrire libertà, sicurezza e autodeterminazione a entrambe le comunità.


Una rettifica che apre altre domande

Le scuse sono arrivate dopo un intervento nel quale Albanese aveva collegato il termine “Muselmann” alla presunta origine della parola “antisemitismo”. Nel messaggio di rettifica ha scritto: «Porgo le mie più sincere scuse. Ho interpretato erroneamente il termine “Muselmann”, utilizzato nei campi nazisti per indicare i prigionieri in fin di vita, deducendo a torto che il termine “antisemitismo” indicasse originariamente l’odio verso tutti i popoli semitici. In realtà, tale termine è stato coniato specificatamente per indicare l’odio verso gli ebrei».

Il chiarimento ritira l’affermazione, ma non spiega il passaggio logico che l’aveva prodotta. “Muselmann” apparteneva al linguaggio dei lager e indicava i deportati ridotti allo stremo, prossimi alla morte; la sua derivazione da “musulmano” non stabilisce alcun legame con la nascita del termine “antisemitismo”.

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Il peso di una definizione storica

La parola “antisemitismo” si affermò in Germania nel 1879, anche grazie a Wilhelm Marr, e fu usata fin dall’inizio per indicare l’ostilità verso gli ebrei. Il richiamo al fatto che anche gli arabi appartengano ai popoli semiti non modifica quel significato storico e viene spesso impiegato nel dibattito mediorientale per negare, in via teorica, la possibilità che una critica a Israele possa assumere carattere antisemita.

L’errore, dunque, non riguarda soltanto una parola trascritta o una data ricordata male. Albanese è una giurista e ricopre un incarico delle Nazioni Unite: il suo ruolo attribuisce alle sue dichiarazioni un peso particolare presso governi, tribunali e opinione pubblica. Proprio per questo, la precisione terminologica non è un elemento secondario.


Dalla storia alla lettura dei conflitti

Al Festival di Open Albanese ha riconosciuto la strage del 7 ottobre, ma ha poi discusso l’ipotesi di un attacco di Hamas limitato a obiettivi militari, sostenendo che in quel caso la qualificazione giuridica sarebbe stata diversa. Si tratta però di uno scenario ipotetico: nell’operazione realmente compiuta rientravano l’uccisione di civili e la cattura degli ostaggi.

La discussione finisce così per spostarsi su un’azione diversa da quella avvenuta, attribuita a un Hamas immaginario e separata dagli elementi che hanno caratterizzato l’attacco reale. È lo stesso meccanismo che, secondo i critici di Albanese, porta a partire dalla conclusione politica e a selezionare in seguito gli argomenti utili a sostenerla.

Resta quindi il tema del rigore richiesto a chi esercita un mandato internazionale. Le scuse per l’errore su “antisemitismo” e “Muselmann” sono state formulate, ma non cancellano i dubbi sul metodo con cui vengono analizzati conflitti, responsabilità e categorie storiche. In un incarico simile, non basta correggere il risultato: occorre anche dimostrare che il percorso seguito per arrivarci sia solido.

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