11 settembre, il video smentisce se stesso: cosa non torna nel reel
Il filmato rilancia vecchie tesi sul passaporto, sulle telecamere e sui mancati allarmi, ma confonde i dirottatori e omette elementi decisivi.
Il video rilanciato su Facebook presenta come sospetti alcuni elementi degli attentati dell’11 settembre 2001, suggerendo che la ricostruzione ufficiale nasconda una cospirazione. Ma una delle sue affermazioni principali si ritorce contro la stessa narrazione: sostiene che non esistano immagini dei 19 dirottatori e, nello stesso filmato, mostra Mohamed Atta mentre passa i controlli all’aeroporto di Portland.
Le altre presunte anomalie nascono da confusioni simili. Il documento trovato poco prima del crollo delle Torri Gemelle non era il passaporto di Atta, bensì quello di Satam al Suqami. Inoltre, l’assenza di telecamere in alcuni scali nel 2001 viene trasformata nel falso racconto di aeroporti completamente privi di immagini.
Il passaporto attribuito ad Atta è un errore
Mohamed Atta comandava il volo 11 dell’American Airlines, schiantatosi contro la Torre Nord del World Trade Center. Tuttavia, il suo passaporto non fu recuperato tra i reperti. Il documento raccolto per strada prima del collasso delle torri apparteneva invece a Satam al Suqami, un altro uomo presente su quell’aereo.
La Commissione nazionale sugli attentati terroristici ha ricostruito il ritrovamento di quattro passaporti, sopravvissuti interamente o in parte. Due erano quelli di Ziad Jarrah e Saeed al Ghamdi, recuperati nei pressi del luogo in cui precipitò il volo 93 in Pennsylvania; quello di al Suqami fu consegnato da un passante a un investigatore della polizia di New York, mentre il documento di Abdul Aziz al Omari rimase dentro un bagaglio mai trasferito dal volo da Portland a Boston.
«Quattro dei passaporti dei dirottatori sono sopravvissuti in tutto o in parte», si legge nel rapporto della Commissione. La ricostruzione, dunque, non attribuisce ad Atta il documento trovato in strada: il filmato sovrappone due persone diverse e costruisce su questo scambio una presunta contraddizione.
Le macerie conservarono altri oggetti
L’argomento secondo cui un passaporto non avrebbe potuto restare leggibile in uno scenario tanto distruttivo trascura un dato più ampio. Tra le macerie furono recuperati numerosi effetti personali e documenti appartenuti alle vittime, non soltanto quelli collegati ai dirottatori.
Tra gli esempi ricordati dal memoriale dell’11 settembre figura la borsa di Marisa Di Nardo. Al suo interno c’erano il portafoglio, i documenti personali e persino una ricevuta del 10 settembre 2001 emessa da Windows on the World, il ristorante collocato nella Torre Nord. Il ritrovamento di oggetti intatti, quindi, non costituisce da solo una prova di manipolazione.
La stessa obiezione circola da molti anni e riguarda un singolo reperto, ignorando centinaia di altri oggetti recuperati nell’area del disastro. Il video presenta così come eccezionale un fenomeno documentato anche per gli effetti personali delle vittime.
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Le immagini degli aeroporti smentiscono il video
Anche la tesi sull’assenza di riprese è formulata in modo scorretto. Nel 2001 soltanto gli aeroporti di Boston e Newark non disponevano di telecamere nei punti di controllo citati nelle ricostruzioni; ciò non significa che ogni varco aeroportuale degli Stati Uniti fosse privo di sistemi di sorveglianza.
Il filmato mostra inoltre proprio Atta mentre attraversa i controlli a Portland. Esistono poi registrazioni relative ai dirottatori transitati dall’aeroporto internazionale di Dulles. L’affermazione secondo cui non sarebbe disponibile alcuna immagine dei 19 uomini viene quindi smentita dagli stessi materiali utilizzati nel video.
Gli allarmi ignorati prima degli attentati
La vicenda di Zacarias Moussaoui evidenzia invece autentici errori istituzionali, ma non dimostra un piano organizzato per favorire gli attentati. Moussaoui, cittadino francese di origine marocchina, fu arrestato dall’agente dell’FBI Harry Samit a Minneapolis il 16 agosto 2001. Gli investigatori sospettavano che potesse essere destinato a un quinto attacco, forse contro la Casa Bianca.
Poco dopo venne fermato anche Hussein Al-Attas, che lo accompagnava in automobile. Tra i suoi effetti fu trovato un testamento nel quale si affermava che «la fine era vicina». Samit non riuscì però a ottenere in tempo un mandato per perquisire l’abitazione di Moussaoui e i suoi effetti personali.
Secondo le ricostruzioni successive, una perquisizione avrebbe potuto portare alla luce i finanziamenti ricevuti da Amburgo tramite WeTransfer da parte di Ramsi Bin al Shibh. Quest’ultimo, già vicino ad Atta e ad altri futuri dirottatori, svolse un ruolo di collegamento finanziario e logistico per al Qaeda.
Fallimenti gravi, non prova di complicità
I rapporti ufficiali hanno evidenziato anche la mancata condivisione tempestiva di informazioni tra CIA e FBI. Alcuni segnali contenuti nei passaporti di Khalid al Mihdhar e Salem al Hazmi avrebbero potuto destare maggiore attenzione; altri documenti sospetti riguardavano probabilmente Nawaf al Hazmi, Ahmed al Ghamdi e Ahmed al Haznawi, ma i loro passaporti non sopravvissero agli attacchi.
La Commissione ha descritto questi episodi come gravi carenze burocratiche e investigative. Gli errori nel controllo dei sospetti, la mancata perquisizione di Moussaoui e il ritardo nello scambio dei dati spiegano quanto le autorità non riuscirono a collegare in tempo, ma non sostengono l’ipotesi di un’operazione coordinata per consentire gli attentati.
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