AI personale, la sfida di Berners-Lee: chi controllerà i nostri dati
A Torino il creatore del Web rilancia un modello in cui l’utente decide quali informazioni condividere e chiede regole comuni per rendere l’intelligenza artificiale trasparente e responsabile.
L’intelligenza artificiale potrebbe diventare davvero utile soltanto se smetterà di rispondere prima di tutto agli interessi delle piattaforme. È questa la prospettiva rilanciata da Tim Berners-Lee a Torino, durante Wave: un assistente personale capace di operare sui dati dell’utente, senza trasformarli automaticamente in una risorsa nelle mani delle aziende.
Il creatore del Web ha ripercorso, insieme a Rosemary Leith, cofondatrice della World Wide Web Foundation e sua moglie, le origini di una rete nata come ambiente aperto. Nel suo ultimo libro, “This Is for Everyone”, Berners-Lee ricorda la scelta di non brevettare quella tecnologia e di renderla accessibile a tutti. Oggi, tuttavia, teme che l’AI possa accelerare le distorsioni già viste con Internet e con i social network.
L’assistente dovrebbe stare dalla nostra parte
La domanda, per Berners-Lee, riguarda innanzitutto il destinatario dell’attività svolta dalle macchine. Il dubbio gli era sorto già con Siri e Alexa: «Ho cominciato a preoccuparmi di questo quando sono arrivati Siri e Alexa. Questi sistemi lavorano per Apple, Amazon e le altre aziende. Io mi sono chiesto: qual è quello che lavora per me?».
Da questa riflessione è nato Solid, un protocollo pensato per riportare le informazioni personali sotto la disponibilità diretta degli individui. Oggi dati sanitari, bancari, messaggi, relazioni e preferenze sono distribuiti tra numerosi servizi; ciascuna società ne possiede soltanto una parte e prova a mantenere l’utente all’interno del proprio ambiente digitale.
Il modello immaginato da Berners-Lee rovescia questa impostazione. Le informazioni restano legate alla persona, mentre i programmi possono consultarle soltanto con un’autorizzazione. Per un’intelligenza artificiale personale, il passaggio è decisivo: senza conoscere il contesto reale di chi la utilizza, l’assistente può offrire soltanto risposte generiche.
«È molto importante che un’AI abbia a cuore i miei interessi, come accade con un medico o con un avvocato», ha spiegato Berners-Lee. L’obiettivo è quindi costruire un sistema che sappia aiutare l’utente senza appropriarsi dei suoi dati e che consenta di scegliere sia il modello da usare sia le informazioni da mettere a disposizione.
La rete aperta non basta più
La rete ideata al Cern di Ginevra alla fine degli anni Ottanta si fondava sulla possibilità, per chiunque, di creare una pagina e collegarla alle altre. Quella struttura ha favorito la crescita del Web, ma nel tempo una parte rilevante dell’esperienza online si è concentrata in poche grandi piattaforme, sostenute dalla pubblicità e dall’analisi dei comportamenti personali.
Anche l’accesso alle informazioni sta cambiando. Per decenni gli utenti hanno consultato motori di ricerca, esaminato un elenco di risultati e scelto autonomamente quale fonte aprire. Con ChatGPT e strumenti analoghi, invece, la macchina può leggere più contenuti e restituire una risposta unica, rendendo meno visibili le alternative e l’origine delle informazioni.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
Questa trasformazione mette in discussione anche il finanziamento di chi produce articoli, studi e conoscenza specializzata. Se il pubblico non raggiunge più direttamente i siti che hanno realizzato quei contenuti, occorre individuare forme di remunerazione capaci di sostenere sia il Web sia i sistemi di AI. Leith ritiene che alcuni esperimenti di pagamento per l’accesso a materiali qualificati possano indicare una possibile direzione.
Nel 2009 Berners-Lee e Leith hanno creato la World Wide Web Foundation; dieci anni dopo hanno promosso il Contract for the Web, basato su nove principi rivolti a istituzioni, imprese e cittadini. Leith propone ora un analogo “Patto per l’intelligenza artificiale”, con responsabilità più definite, criteri condivisi e collaborazione tra i diversi soggetti coinvolti.
Trasparenza e responsabilità restano aperte
Uno dei nodi più delicati riguarda la scarsa leggibilità dei modelli più avanzati. Spesso non è possibile sapere quali dati siano stati impiegati per addestrarli, come siano state prese alcune decisioni o che cosa accada durante il loro funzionamento. Secondo Leith, i sistemi aperti possono ridurre almeno in parte questa opacità e, in molti casi, risultano anche meno costosi delle soluzioni proprietarie.
La diffusione di modelli aperti è sostenuta inoltre da un’offerta internazionale in crescita, con una presenza importante della Cina. In Europa Leith indica Mistral come uno degli esempi più rilevanti. La risposta, a suo avviso, non dovrebbe consistere nel richiudere la tecnologia, bensì nell’introdurre criteri comuni per identificare l’origine dei sistemi e i soggetti responsabili.
La sua proposta è paragonare ogni agente a un’automobile dotata di targa: «Se c’è un problema, da quella targa puoi risalire al responsabile». Un’identificazione di questo tipo sarebbe utile soprattutto quando gli agenti inizieranno a intervenire in ambiti delicati, dalla finanza alla medicina, dalla ricerca alle infrastrutture.
Restano scenari difficili da attribuire: un danno provocato da un sistema autonomo, una crisi in un istituto finanziario come JPMorgan o un evento sanitario di dimensioni enormi. Per Leith, le norme non saranno sufficienti da sole. Parte delle garanzie dovrà essere inserita direttamente nella tecnologia, anche attraverso sistemi incaricati di sorvegliare il comportamento di altri agenti.
Con Inrupt, Berners-Lee sta lavorando proprio alla costruzione di questa possibile alternativa: un’intelligenza artificiale personale che utilizzi dati scelti e controllati dall’utente. L’idea è dare forma a un assistente vicino a una sorta di “Jarvis” individuale, ma fondato sul consenso della persona e non sul possesso delle sue informazioni da parte di una piattaforma.
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