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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Scuola o armi? La protesta francese interroga tutta l’Europa

La mobilitazione degli studenti francesi contro i tagli all’istruzione mette al centro il rapporto tra spesa militare, diritti sociali e qualità della democrazia.

La domanda che arriva dalle piazze francesi non riguarda soltanto il bilancio della scuola. Gli studenti stanno chiedendo quale modello di società vogliano costruire i governi europei: uno orientato alla corsa agli armamenti oppure capace di proteggere istruzione, welfare e diritti fondamentali.

A dare voce alla protesta è Marius Mesnil, diciottenne indicato tra i suoi principali esponenti. «Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare. I soldi non vadano alle spese militari, ma all’istruzione pubblica», ha affermato. Una posizione che, per durata e partecipazione della mobilitazione, è diventata un problema politico anche per Emmanuel Macron.


La scuola misura la democrazia

L’istruzione non offre soltanto competenze: aiuta a comprendere il valore delle libertà e la necessità di difenderle. Piero Calamandrei, tra i Padri Costituenti, aveva sottolineato proprio questo legame. La consapevolezza del valore di un diritto, infatti, spesso emerge con maggiore forza quando quel diritto viene compromesso o perduto.

Per questa ragione, una democrazia non può essere valutata esclusivamente dalla possibilità di votare o di fondare nuovi partiti. La storia della Repubblica di Weimar dimostra che anche un sistema dotato di istituzioni avanzate può consentire a forze autoritarie di organizzarsi, partecipare alle elezioni e conquistare il potere.

La solidità democratica dipende anche dall’effettiva tutela dei diritti civili, sociali ed economici. Non basta che siano scritti nella Costituzione: devono essere sostenuti dalle leggi e dalle scelte concrete dei governi.


Più armi, meno servizi pubblici

Il rifiuto espresso dagli studenti francesi nasce anche dal timore di essere coinvolti in un conflitto. L’aumento degli stanziamenti militari previsto dal piano ReArm Europe, con orizzonte al 2030, e l’obiettivo della Nato di arrivare a destinare alle armi fino al 5% del Pil entro il 2035 alimentano questa preoccupazione.

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La contestazione, però, riguarda anche le conseguenze economiche di quelle decisioni. Se la spesa militare assorbe risorse sempre maggiori, scuola, sanità, assistenza e altri servizi pubblici rischiano di subire riduzioni. In quel caso non peggiorerebbe soltanto la qualità della vita: verrebbe indebolita anche la democrazia, perché diritti formalmente riconosciuti resterebbero privi dei mezzi necessari per essere esercitati.


Il vuoto che alimenta la protesta

Una situazione simile può produrre sfiducia nei partiti tradizionali e nelle istituzioni, fino a spingere una parte dei cittadini a non partecipare più alle elezioni. L’astensione, a sua volta, rischia di rendere i partiti ancora più chiusi e autoreferenziali, invece di indurli a confrontarsi con i problemi quotidiani della popolazione.

Il passaggio successivo può essere il voto di protesta a favore di formazioni populiste e di estrema destra, percepite come l’unica alternativa possibile. Ma una scelta dettata dalla delusione può condurre a nuove disillusioni e aprire la strada alla riduzione di ulteriori diritti, fino a mettere in discussione la stessa libertà.

Il messaggio rivolto dagli studenti francesi ai loro coetanei europei è quindi diretto: in quale democrazia vivono oggi e quale intendono lasciare alle generazioni future? La richiesta è che studenti, lavoratori e pensionati tornino a mobilitarsi contro le politiche belliciste e per l’attuazione dei principi costituzionali. A governi e parlamenti spetta il compito di assumere quelle Costituzioni come riferimento concreto delle proprie decisioni.

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