Politkovskaja, il delitto che doveva zittire la Russia: 20 anni senza verità
Dalle denunce sulla Cecenia alle minacce, l’assassinio della giornalista segnò la repressione del dissenso nell’era Putin.
Vent’anni dopo l’uccisione di Anna Politkovskaja, il suo nome resta legato alle denunce contro la guerra in Cecenia, alla corruzione degli apparati russi e alla manipolazione dell’informazione. La giornalista di Novaja Gazeta fu assassinata il 7 ottobre 2006, nell’androne del palazzo in cui abitava, proprio nel giorno del 54º compleanno di Vladimir Putin. Il delitto arrivò dopo minacce, un agguato e un avvelenamento mai chiarito.
Un bersaglio già da tempo
Politkovskaja aveva raccontato torture, esecuzioni sommarie e distruzioni compiute dall’esercito russo in Cecenia. I suoi articoli contestavano anche gli arricchimenti illeciti delle élite, i legami tra funzionari e gruppi criminali e il sistema di potere costruito intorno agli ex esponenti del KGB, agli oligarchi e ai fedelissimi di San Pietroburgo riuniti attorno a Putin.
La sua attenzione si era concentrata anche su Zavtra, periodico nazionalista, conservatore e vicino alle posizioni del Cremlino. In un numero del 19 settembre 2006, il giornale aveva pubblicato un saggio di Andrej Fursov dedicato ad Aleksandr Zinov’ev. Il testo definiva i nuovi padroni del potere come uomini interessati non soltanto alla ricchezza e all’impunità, ma anche alla popolarità e persino all’immortalità: «Tra la nomenklatura sovietica e la generazione montante d’oggi, vi è più di un fossato tra queste generazioni. Non si tratta più della stessa umanità!».
Quel passaggio colpì Politkovskaja perché proveniva da una testata che difendeva l’apparato militare e attaccava i giornalisti indipendenti. Per lei poteva essere il segnale di una frattura interna tra i diversi gruppi che governavano la Federazione russa, oppure una semplice eccezione nella linea editoriale del giornale. In ogni caso, la pubblicazione mostrava le tensioni nascoste dietro l’immagine compatta del potere.
Beslan e il prezzo delle denunce
Un episodio precedente aveva già mostrato quanto fosse rischioso il lavoro della giornalista. Il 1º settembre 2004, dopo l’assalto alla scuola di Beslan, Politkovskaja partì per raggiungere la zona. Durante il viaggio bevve una tazza di tè e poco dopo perse conoscenza. Arrivata a Rostov in coma, fu curata per un’intossicazione provocata da una sostanza sconosciuta, che aveva danneggiato fegato, reni e sistema endocrino.
L’avvelenamento le impedì di seguire direttamente l’inchiesta sulla strage. In seguito, però, contribuì alle ricerche di Marina Litvinovic, già consulente dell’immagine di Putin e poi collaboratrice di Garri Kasparov. Le due donne individuarono un documento della polizia nel quale risultava che un uomo, arrestato quattro ore prima dell’assedio, aveva segnalato l’imminenza dell’attacco. L’avvertimento, secondo quella ricostruzione, non era stato preso in considerazione.
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Le indagini misero inoltre in discussione la gestione dell’emergenza e la versione ufficiale sulle operazioni delle forze russe. La tesi emersa era che il potere di Putin avesse costruito la propria legittimità sulla fermezza contro il terrorismo, lasciando che la paura diventasse uno strumento politico. Nel marzo 2006 anche Litvinovic fu aggredita: venne seguita all’uscita dal lavoro e colpita ripetutamente alla testa. Denaro, telefono e computer rimasero nella borsa. L’episodio fu quindi interpretato come un avvertimento, non come una rapina.
Il 7 ottobre che cambiò tutto
Pochi mesi più tardi, Politkovskaja fu uccisa. Aleksandr Litvinenko, ex ufficiale del KGB rifugiato nel Regno Unito dopo lo scontro con il Cremlino, accusò direttamente Putin in un messaggio pubblicato dopo la morte della giornalista. Ricordando le discussioni avute con lei, scrisse: «Eravamo convinti che Putin fosse un criminale di guerra, responsabile del genocidio del popolo ceceno, e che dovesse essere processato da un tribunale indipendente e aperto».
La coincidenza con il compleanno del presidente alimentò immediatamente il sospetto che l’omicidio fosse stato concepito come un messaggio politico. Putin non rilasciò dichiarazioni nell’immediatezza del delitto, mentre il giorno successivo rivolse pubblicamente gli auguri ad altre figure note del mondo dello spettacolo e dello sport.
Il 10 ottobre, durante una visita a Dresda, il presidente russo fu contestato da un piccolo gruppo di manifestanti. I cartelli lo definivano assassino e sostenevano che gli assassini non fossero più i benvenuti in Germania. Sollecitato dai giornalisti a commentare l’assassinio, Putin affrontò infine il caso con la consueta freddezza, ma la sua risposta non cancellò i dubbi sulla matrice del delitto.
Politkovskaja aveva cercato di smontare il sistema di narrazioni con cui il Cremlino trasformava la propaganda in una versione alternativa dei fatti. La sua morte, preceduta da intimidazioni contro altri esponenti del dissenso, divenne così uno dei simboli della stagione in cui raccontare la guerra e gli abusi del potere poteva costare la vita.
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