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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Adolescenti ribelli, il messaggio nascosto dietro gli atti di protesta

Punire i comportamenti dannosi non basta: dietro alcune bravate giovanili può esserci una richiesta di ascolto, identità e riconoscimento.

Una società dovrebbe preoccuparsi soprattutto quando i suoi adolescenti smettono di interrogarsi, accettano ogni regola senza discuterla e si trasformano in consumatori passivi. Le proteste nelle scuole francesi, nate anche per denunciare la mancanza di fondi destinati alla manutenzione degli edifici mentre le risorse vengono reperite per la guerra, mostrano quanto il disagio giovanile possa cercare una via d’uscita prima di essere ridotto al silenzio.


Il rischio dell’adolescenza addomesticata

Il problema più serio, in questa prospettiva, non coincide con la trasgressione occasionale. Sono più inquietanti i ragazzi privi di curiosità e di desideri, appiattiti sui modelli pubblicitari e sostenuti da adulti che preferiscono evitare il conflitto generazionale, trattandoli come eterni “figli di papà”.

Ogni generazione giovane dovrebbe mettere alla prova i confini ricevuti, non per arrecare danni, ma per verificare se quelle regole siano ancora adeguate. Una comunità nella quale gli adolescenti obbediscono senza mai contestare rischia di perdere proprio l’energia necessaria a cambiare ciò che non funziona.


Quando la bravata diventa un segnale

In questo quadro assumono un significato particolare due episodi recenti. A Modena, un gruppo di ragazzi ha sottratto oggetti di poco valore in un supermercato causando anche danneggiamenti; a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, due ragazze sono rimaste chiuse per un’intera giornata in un bagno, con un comportamento capace di suscitare allarme.

Non considero queste azioni soltanto come manifestazioni criminali, pur ritenendo necessario che chi le compie affronti le conseguenze delle proprie scelte. Nel primo caso si può intravedere, anche senza attribuire ai ragazzi un progetto politico consapevole, l’eco simbolica degli espropri proletari degli anni Settanta, legati all’idea di sottrarre risorse ai più ricchi per redistribuirle ai più poveri.


Capire non significa assolvere

La mia “simpatia” per questi adolescenti va intesa nel senso originario di partecipazione alla sofferenza altrui. Non è indulgenza e non cancella la responsabilità: una sanzione può aiutare il giovane a riconoscere il proprio errore e a trasformarlo in un passaggio utile per la costruzione dell’identità.

L’adolescenza, infatti, comporta la perdita di tre punti di riferimento. Cambia il corpo dell’infanzia, viene abbandonato il ruolo di bambino e anche i genitori smettono di apparire come figure onniscienti, capaci di risolvere ogni problema.


Il dolore che accompagna la crescita

Questi passaggi producono una sofferenza emotiva intensa, ma non necessariamente patologica. Il disagio può diventare la spinta verso una nuova dimensione fisica, sociale e affettiva, proprio perché ogni trasformazione importante porta con sé una quota di dolore.

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L’ambiente circostante può contenere questa tensione oppure renderla più acuta. Gli adolescenti colgono spesso con particolare immediatezza le contraddizioni e le ipocrisie degli adulti: per questo le loro azioni, anche quando sono sbagliate, possono finire per rivelare un malessere più ampio.


Consumi, rabbia e disuguaglianze

La bravata compiuta nel supermercato può essere letta anche come una rappresentazione inconsapevole della frustrazione di chi non riesce ad arrivare alla fine del mese. La pubblicità associa continuamente la felicità all’acquisto di beni, mentre molti giovani devono fare i conti con disoccupazione, salari bassi e l’impossibilità di raggiungere gli standard proposti dai consumi e dai mezzi digitali.

L’appropriazione o la distruzione degli oggetti può allora diventare un modo distorto per contestare quella promessa di benessere. Non significa che i ragazzi abbiano elaborato un ragionamento economico o sociale preciso; il loro comportamento può però esprimere, in forma simbolica, la rabbia di chi si sente escluso.


La fame di essere riconosciuti

Anche la vicenda delle due ragazze di San Cataldo può essere collegata a una condizione di anonimato. Nelle comunità del passato, l’identità di una persona era definita più facilmente dalla famiglia, dal lavoro, dalla reputazione e dai rapporti con gli altri; oggi, invece, molti rischiano di percepirsi come individui indistinguibili in mezzo a una folla enorme.

La notorietà ottenuta per pochi minuti, evocata anche dalla celebre frase attribuita ad Andy Warhol, sembra diventare per alcuni l’unica prova di esistenza e di rilevanza. Le due adolescenti potrebbero aver cercato inconsapevolmente l’attenzione delle famiglie e della società, portando alla luce un senso di isolamento che non riguarda soltanto loro.

Punire resta necessario quando vengono provocati danni, ma la risposta non dovrebbe fermarsi alla condanna. Comprendere ciò che si nasconde dietro una trasgressione può aiutare a distinguere l’atto da chi lo ha compiuto e a trasformare un episodio deviante in un’occasione di maturazione.

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