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Gatti randagi, la sterilizzazione basta davvero? Il nodo TNR

Il metodo cattura-sterilizzazione-rilascio limita le nascite, ma lascia aperti interrogativi su salute pubblica, tutela degli animali e impatto sulla fauna selvatica.

Ridurre il numero di gatti randagi senza ricorrere alla soppressione è l’obiettivo del metodo TNR, acronimo di cattura, sterilizzazione e rilascio. Gli animali vengono recuperati, visitati, vaccinati e operati, per poi tornare nel territorio in cui vivevano. Una soluzione pratica e considerata più rispettosa, ma non priva di critiche.

Il tema torna al centro dell’attenzione negli Stati Uniti in vista della Giornata nazionale del gatto randagio, prevista il 16 ottobre, e della proposta di dedicare l’intero mese di ottobre alla sensibilizzazione sul fenomeno. Il confronto coinvolge associazioni animaliste, esperti di salute pubblica e sostenitori della protezione della fauna selvatica.


Numeri enormi e nascite da fermare

Ogni anno circa 3,3 milioni di gatti entrano nei rifugi statunitensi. La popolazione dei gatti randagi, invece, è stata stimata fino a 100 milioni di esemplari sull’intero territorio nazionale, anche se quantificarla con precisione è molto difficile.

Una gatta non sterilizzata può avere una o due cucciolate all’anno, mentre un maschio non castrato può generare un numero potenzialmente incalcolabile di discendenti nel corso della vita. Da qui l’idea di intervenire sulla fertilità per rallentare la crescita delle colonie e ridurre gradualmente il numero degli animali.

In passato, la risposta all’aumento dei gatti randagi era spesso l’eliminazione degli esemplari. Questa pratica, oltre a porre evidenti problemi di benessere animale, si è rivelata inefficace: dopo la rimozione, altri gatti possono occupare lo spazio rimasto libero.


Come si svolge il metodo TNR

L’animale viene catturato con una gabbia apposita, sottoposto a una visita, vaccinato e sterilizzato. Un piccolo taglio sull’orecchio consente di riconoscere i soggetti già trattati; dopo il recupero, il gatto viene riportato all’aperto invece di essere affidato a una famiglia, perché gli esemplari realmente non socializzati spesso non riescono ad adattarsi alla vita domestica.

Chi vuole occuparsene dovrebbe rivolgersi anzitutto a un rifugio o a un’organizzazione locale. I volontari più esperti possono conoscere le procedure corrette e le norme applicate nella zona, che variano a seconda del territorio.

Per agire in autonomia servono una trappola non lesiva, un luogo in cui sia effettivamente presente una colonia e il rispetto delle regole fissate dalle autorità. Prima di iniziare è quindi opportuno contattare i servizi per il controllo degli animali o gli uffici che si occupano di fauna selvatica.

Le trappole, spesso preparate con cibo umido per gatti, devono essere controllate almeno ogni 12 ore. Può capitare che vi finiscano anche procioni o altri animali, per i quali possono valere procedure diverse. Il gatto deve restare nella gabbia durante il trasporto e l’appuntamento veterinario va fissato in anticipo, perché non tutte le cliniche trattano animali randagi.


I vantaggi secondo i sostenitori

Il beneficio più immediato è il blocco delle nuove cucciolate. Con il passare del tempo, una colonia composta da animali sterilizzati può ridursi spontaneamente, anche perché diminuiscono gli spostamenti, le lotte e alcune occasioni di trasmissione delle malattie.

Per i rifugi, una diminuzione degli arrivi può significare più risorse da destinare ai gatti e agli altri animali che hanno maggiori possibilità di essere adottati. Il TNR viene inoltre presentato come un’alternativa alla semplice rimozione, spesso impraticabile quando gli esemplari vivono all’aperto in gruppi numerosi.

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I dubbi su salute e gestione

Non tutte le ricerche confermano che il metodo porti sempre a una riduzione consistente delle colonie. Nuovi gatti possono inserirsi nei gruppi già presenti, mentre animali abbandonati possono aumentarne nuovamente la consistenza. Anche il monitoraggio nel tempo è complesso e rende difficile valutare con precisione i risultati.

Secondo le stime riportate, solo il 2% circa dei gatti randagi è sterilizzato, contro circa l’85% degli animali di proprietà. La maggioranza resta quindi fuori dai circuiti veterinari ordinari, con conseguenze sulla possibilità di mantenere vaccinazioni e cure preventive regolari.

PETA e altre organizzazioni sostengono che riportare un gatto all’aperto possa equivalere ad abbandonarlo. D’altra parte, nelle colonie consolidate soltanto una parte limitata degli animali riesce ad abituarsi a una casa; quando un esemplare dimostra di poter vivere con le persone, l’affidamento resta comunque l’opzione preferibile.

Anche la salute pubblica alimenta il dibattito. Uno studio ha rilevato pulci nel 92% dei gatti randagi catturati. A questi animali sono stati inoltre associati tifo, peste, parassiti interni e toxoplasmosi; negli Stati Uniti, la diagnosi di rabbia è circa sei volte più frequente nei gatti domestici che nei cani.


Il peso sulla fauna selvatica

La questione ambientale è probabilmente quella più controversa. L’American Bird Conservancy ha collegato la presenza dei gatti alla scomparsa di 40 specie di uccelli, 21 di mammiferi e due di rettili. Altre centinaia di specie risentirebbero, in misura diversa, della presenza di gatti randagi o lasciati liberi all’esterno.

La sterilizzazione impedisce la riproduzione, ma non cancella l’istinto predatorio. Anche un animale sterilizzato può quindi catturare uccelli, piccoli mammiferi e rettili: il contenimento delle nascite affronta soltanto una parte del problema.

Alcuni dati indicano che un’alimentazione regolare e ricca di proteine potrebbe attenuare la tendenza a cacciare. Questa misura, tuttavia, richiederebbe una gestione costante e organizzata della colonia.


Una risposta, non l’unica

Sono pochi i ricercatori che considerano il TNR sufficiente da solo a risolvere il problema. Anche chi lo sostiene tende a inserirlo in una strategia più ampia, che comprenda la sterilizzazione dei gatti di proprietà e interventi per impedire che altri animali finiscano senza controllo nell’ambiente esterno.

Il metodo può ridurre le nascite senza eliminare i rischi legati alla presenza di gatti liberi, dalla predazione alle difficoltà sanitarie. La sua opportunità dipende quindi dal modo in cui vengono bilanciate le esigenze degli animali, della fauna selvatica e delle persone.

Il fenomeno nasce in larga parte da comportamenti umani e richiede di conseguenza una responsabilità umana. Il TNR non rappresenta una soluzione universale, ma in numerosi casi è stato considerato uno strumento efficace e più rispettoso per contenere le colonie.

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