Cabras, la prova nei pozzi: il vino sardo è antichissimo
La storia del vino in Sardegna potrebbe essere molto più antica di quanto si pensasse.
La storia del vino in Sardegna potrebbe essere molto più antica di quanto si pensasse. A Sa Osa, nei pressi di Cabras, gli archeologi hanno recuperato migliaia di vinaccioli risalenti all’Età del Bronzo: una testimonianza che sposta indietro di secoli l’origine della viticoltura avanzata nell’isola.
La scoperta è emersa nel 2008, durante i lavori per una strada e una rotatoria. Gli scavi, condotti nell’area di una falda acquifera databile tra il 1300 e il 1100 a.C., hanno restituito i resti di una vendemmia e numerosi indizi sulle abitudini alimentari della popolazione nuragica.
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Nei pozzi una vendemmia preistorica
A proteggere i semi sono state le particolari condizioni ambientali dei pozzi. L’acqua costante e la scarsità di ossigeno hanno creato una sorta di ambiente refrigerato naturale, mantenendo per millenni la forma elastica e affusolata dei vinaccioli lungo il fiume Tirso.
Anna Depalmas, docente e archeologa preistorica dell’Università di Sassari, ha spiegato che il ritrovamento ha permesso di riconoscere una pratica abituale del consumo di vino già nell’Età del Bronzo. Accanto ai semi d’uva sono stati trovati anche resti di fichi, pesci, animali, grano duro e prugne selvatiche, oltre a tracce compatibili con tecniche di conservazione come la salatura.
La vite domestica cambia la storia
L’analisi del DNA e lo studio computerizzato della forma dei semi hanno fornito il dato più significativo: circa il 90 per cento dei vinaccioli apparteneva a vite domestica. I semi delle piante coltivate, più stretti e allungati rispetto a quelli della vite selvatica, indicano un processo di selezione operato dall’uomo.
Secondo le ricercatrici e i ricercatori, le comunità nuragiche potrebbero aver scelto le mutazioni più favorevoli, comprese quelle associate agli acini bianchi, e aver riprodotto le piante migliori attraverso la talea. Le affinità genetiche e morfologiche con Vernaccia e Malvasia fanno ipotizzare un legame tra quei ceppi antichi e alcune varietà ancora presenti sull’isola. Prima di Sa Osa, l’introduzione della viticoltura evoluta veniva attribuita soprattutto ai Fenici.
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Dalla Vernaccia ai vitigni dell’isola
La Vernaccia di Oristano rappresenta oggi uno dei simboli della Sardegna occidentale. La denominazione è stata riconosciuta nel 1971, diventando la prima Doc sarda, e riguarda uve coltivate tra Oristano, Cabras e altri comuni della provincia. Il vino può maturare in botti di rovere o castagno, a contatto con un velo di lieviti che contribuisce agli aromi di mandorla e frutta secca.
Il patrimonio regionale comprende anche il Vermentino della Gallura, il Nuragus del Campidano meridionale, il Torbato dell’area di Alghero, la Malvasia di Bosa e Cagliari e il Semidano del territorio di Mogoro. Tra i rossi spiccano Cannonau, Carignano, Monica, Bovale e Cagnulari, mentre Nieddera, Caddiu e Maristellu appartengono alla galassia delle varietà meno diffuse e da tutelare.
Contini, una storia iniziata nel 1898
Il legame tra Cabras e la Vernaccia prosegue anche attraverso la cantina Contini. L’attività nacque nel 1898, dopo che Salvatore Contini, già commerciante di generi alimentari, decise di fondare l’azienda insieme alla moglie Anna Maria Dessì. Oggi la gestione è arrivata alla quinta generazione e comprende anche il recupero di vitigni autoctoni a rischio, tra cui Nieddera, Caddiu e Maristellu.
Nel 2025 l’Antico Gregori Vernaccia di Oristano Riserva 1991 ha ottenuto 100/100 dalla guida I 1000 vini d’Italia de L’Espresso. La produzione include inoltre Karmis, ottenuto da Vernaccia e Vermentino, che nel 2026 raggiunge i trent’anni dalla prima annata, oltre a vini rossi e rosati. La sede di Cabras propone visite e degustazioni, con accesso anche alla barricaia storica dove maturano le Vernacce più longeve.
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