Sovranità digitale, il grande paradosso: nessuno controlla tutto
Cavi sottomarini, piattaforme, reti mobili e data center compongono una macchina globale da cui Stati e aziende dipendono reciprocamente.
La piena indipendenza tecnologica resta un obiettivo irraggiungibile anche per le potenze più avanzate. Secondo Alec Ross, esperto di economia digitale, Stati Uniti, Cina ed Europa sono legati da dipendenze incrociate che attraversano ogni segmento della filiera, dalle materie prime alla capacità di calcolo.
GioiaPura
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La sovranità resta incompleta
Ross considera fuorviante l’idea che un singolo Paese possa dominare l’intero ecosistema digitale. «Il concetto di sovranità digitale è radicato nell’incoerenza intellettuale e nell’analfabetismo tecnologico», ha affermato, spiegando che gli Stati Uniti dipendono dalla Cina per terre rare, produzione elettronica, robotica e capacità industriale.
Il rapporto funziona anche nella direzione opposta: Pechino ha bisogno di proprietà intellettuale statunitense, sistemi operativi, capacità di elaborazione avanzata e tecnologie decisive per i chip e l’intelligenza artificiale. L’Europa, inoltre, conserva un peso rilevante nella formazione dei talenti: per Ross, più della metà dei protagonisti dei modelli fondativi dell’IA è europea, pur lavorando negli Stati Uniti. La priorità, nella sua lettura, dovrebbe quindi essere la crescita economica e l’autodeterminazione, non una presunta autosufficienza digitale.
Il 6G si decide adesso
La competizione non riguarda soltanto i collegamenti già attivi. Una volta a terra, infatti, la rete dipende dagli apparati, dai programmi informatici e dai fornitori scelti per farla funzionare: il 5G ha mostrato quanto sia complesso cambiare direzione quando le soluzioni di pochi gruppi sono ormai integrate nelle infrastrutture.
Per questa ragione il confronto sul 6G è iniziato con largo anticipo rispetto alla disponibilità delle reti commerciali. Gli standard sono ancora in fase di definizione, ma proprio ora vengono stabiliti i requisiti futuri e individuate le tecnologie destinate a sostenerli. Il controllo della rete, dunque, si gioca anche prima della sua costruzione materiale.
I fondali custodiscono il traffico
La parte più consistente dei dati internazionali non attraversa lo spazio: corre lungo cavi in fibra ottica posati sui fondali oceanici. La rete ha superato 1,7 milioni di chilometri, una lunghezza pari a circa 42 volte e mezza la circonferenza terrestre all’Equatore, ed è cresciuta di oltre il 70% nell’ultimo decennio.
La mappa 2026 di TeleGeography registra 694 sistemi e 1.893 stazioni di approdo, includendo sia i collegamenti operativi sia quelli in costruzione o programmati. Dai cavi passano oltre il 99% degli scambi internazionali di dati, comprese operazioni finanziarie, servizi nella nube e applicazioni di intelligenza artificiale.
Un guasto non provoca necessariamente il blocco della rete: la continuità dipende dalla presenza di percorsi alternativi e da una capacità sufficiente a sostituire il collegamento interrotto. Il rischio aumenta nei corridoi marittimi dove molte linee seguono la stessa direttrice o raggiungono Paesi privi di altre opzioni.
Geografia e sicurezza si intrecciano
Il Mar Rosso rende evidente il problema: lungo quella rotta passa oltre il 90% della capacità di connessione tra Europa e Asia. Nel 2024, tre sistemi importanti furono danneggiati al largo dello Yemen, probabilmente dall’ancora della Rubymar, nave colpita dagli Houthi e successivamente affondata. Gli operatori dovettero così deviare una parte dei flussi tra Asia, Medio Oriente ed Europa.
Anche il Baltico è diventato un’area sensibile dopo diversi incidenti che hanno coinvolto linee telefoniche e collegamenti elettrici. Nel gennaio 2025 la Nato ha lanciato Baltic Sentry, rafforzando il controllo sulle infrastrutture strategiche della regione. Gli episodi, tuttavia, non sono automaticamente riconducibili a una strategia geopolitica: l’ITU stima circa 200 danneggiamenti ogni anno e attribuisce oltre l’80% dei casi soprattutto alla pesca e alle ancore delle navi.
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Le piattaforme entrano nei cavi
Per molto tempo i grandi collegamenti oceanici furono realizzati da consorzi di società telefoniche, che condividevano gli investimenti e ottenevano quote della capacità disponibile. Rotte e approdi venivano stabiliti nei progetti, ma la realizzazione restava subordinata ai permessi dei Paesi attraversati.
Negli ultimi 15 anni Google, Meta, Amazon e Microsoft hanno assunto un ruolo più diretto. L’espansione della nube e dei centri di elaborazione le ha portate prima a comprare ingenti quantità di capacità e poi a finanziare i cavi, individualmente o insieme agli operatori tradizionali.
Uno studio del 2025 pubblicato su Information Economics and Policy quantifica il cambiamento: nel 2005 queste aziende utilizzavano il 5% della banda internazionale; nel 2021 la quota era salita al 69% e le stime più recenti la collocano intorno al 75% nel 2025. Anche la proprietà si è ampliata: TeleGeography contava 20 sistemi con investimenti dichiarati delle grandi piattaforme nel 2017, mentre oggi ne indica più di 60, tra partecipazioni, controllo diretto e acquisti di capacità.
Gli Stati decidono gli approdi
In acque internazionali la posa dei cavi è regolata dal diritto del mare. Quando le infrastrutture si avvicinano alla costa, però, diventano necessari permessi nazionali, autorizzazioni ambientali e marittime e verifiche legate alla sicurezza.
Questi vincoli possono cambiare la geografia dei collegamenti. Nel 2020 gli Stati Uniti bloccarono, per motivi di sicurezza nazionale, il collegamento diretto con Hong Kong previsto dal Pacific Light Cable Network, progetto transpacifico sostenuto anche da Google e Meta. Nel 2025 la Federal Communications Commission ha inoltre reso più severi i requisiti per le licenze di approdo quando nel progetto sono presenti soggetti legati a Paesi considerati avversari dagli Stati Uniti.
Le grandi società tecnologiche possono quindi finanziare o possedere porzioni sempre più ampie della rete, ma la decisione sui punti di arrivo rimane fortemente influenzata dai governi.
Un mondo digitale molto fisico
Ogni risposta generata da un sistema di IA passa attraverso un percorso concreto: collegamenti senza fili e reti mobili, dorsali in fibra, dispositivi di instradamento, cavi oceanici e centri di elaborazione dove server e chip trattano le informazioni.
Nel 2025 il traffico quotidiano medio sulle reti fisse e mobili ha raggiunto circa 24 exabyte, secondo le stime dell’ITU. È una quantità paragonabile allo spazio complessivo di quasi 94 milioni di telefoni da 256 GB.
Il tragitto dei dati può variare, ma resta legato a proprietari, gestori, regole e punti vulnerabili. Per questo il confronto tra Stati Uniti, Cina, Europa e potenze emergenti non riguarda soltanto il modello di IA più efficace o il chip più evoluto: comprende anche la possibilità di garantire accesso, continuità e controllo sui nodi che uniscono utenti, dati, modelli e disponibilità energetica.
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