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Tecnologia 3 min di lettura3 giorni fa

Moda, le frasi che restano: Prada, Murphy e Griffiths senza filtri

Dall’inclusione sulle passerelle alla paura del futuro, le riflessioni più incisive emerse negli ultimi giorni nel mondo della moda.

«Spero che tutti coloro che guardano questa sfilata possano riconoscere qualcosa di sé in ciò che vedono»: Ian Griffiths ha riassunto così l’obiettivo della collezione Max Mara Primavera-estate 2027. Per lo stilista, una passerella dovrebbe parlare a pubblici diversi, senza trasformarsi in uno specchio capace di restituire soltanto modelli irraggiungibili.


Griffiths vuole una moda più vicina

Alla guida della maison di Reggio Emilia dal 2005, Griffiths ha sottolineato quanto sia importante evitare che l’abbigliamento produca distanza. A suo giudizio, molte proposte del settore fanno sentire le persone inadatte perché non abbastanza belle, snelle o giovani rispetto alle immagini mostrate dai brand.

Il designer britannico lavora con Max Mara dalla fine degli anni Ottanta e continua a difendere una visione meno esclusiva del fashion system. Il suo messaggio, riferito alla sfilata Primavera-estate 2027, mette al centro il riconoscimento e non l’adeguamento a un ideale estetico unico.


Carolyn Murphy e il sentirsi fuori posto

Anche Carolyn Murphy ha raccontato di aver vissuto a lungo una sensazione di estraneità. Oggi ha cinquantatre anni ed è ancora presente sulle passerelle più importanti, ma agli inizi della carriera cercava continuamente il modo di inserirsi in un ambiente nel quale non si riconosceva.

Nel podcast settimanale Pretty Tough, parlando con Maria Sharapova, la modella ha ricordato di non sentirsi abbastanza cool e di percepire una distanza rispetto alle altre ragazze. Il suo aspetto, più alto di Kate Moss ma non secondo i canoni allora dominanti, e il suo stile privo di piercing o capelli colorati la facevano sentire diversa.


Il legame con Miuccia Prada

L’incontro con Prada contribuì a cambiare quella prospettiva. Prima di firmare con la casa nel 1995, Murphy aveva iniziato a costruire il proprio rapporto con la moda attraverso capi acquistati nei negozi dell’usato, compresi pezzi di alta gamma. Miuccia Prada rimase colpita dal suo modo di vestire, fatto di gonne a tubino, maniche a tre quarti, maglioni vintage e kitten heels.

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La campagna Prada, arrivata anche grazie al taglio pixie, divenne per Murphy un passaggio decisivo. La modella ha spiegato che, pur non conoscendo inizialmente la maison, in quel periodo cominciò a capire quali elementi dello stile sentisse davvero propri.


Prada tra ironia e inquietudine

Intervistata insieme a Raf Simons da Chloe Malle per The Run-Through with Vogue, Miuccia Prada ha parlato della collezione Prada Primavera-estate 2027 e del proprio percorso creativo. Ha spiegato con ironia di essere diventata stilista perché non trovava abiti che volesse indossare, aggiungendo di non trascorrere molto tempo nella scelta del look. Simons ha però osservato che le sue decisioni appaiono sempre elaborate e sofisticate.

Prada individua nella “realtà” il contributo più importante lasciato alla moda, distinguendola dal solo glamour. Secondo la designer, il successo commerciale impone inoltre alla creatività di avere una funzione concreta: lavorando per un’azienda che deve vendere, non si considera un’artista e ritiene poco utile una ricerca fine a se stessa.


Il futuro fa riscoprire il passato

La stilista ha collegato il ritorno dell’interesse per il vintage e per le estetiche dei decenni precedenti alla difficoltà di immaginare ciò che verrà. In un presente percepito come incerto e in un futuro che appare minaccioso, le persone cercano riferimenti familiari per non sentirsi smarrite.

A questa inquietudine si lega anche la reazione diventata virale durante Vogue World, dove la sua espressione scettica davanti ai robot ha generato un meme. Prada ha scherzato dicendo che forse era stanca o pensava ad altro, ma ha poi riconosciuto il timore legato all’espansione di intelligenza artificiale e macchine nella vita quotidiana. La sua posizione è che il cambiamento non vada osservato passivamente, bensì indirizzato.

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