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Tecnologia 1 min di lettura45 min fa

Kikai, la catastrofe di 7.300 anni fa nasconde un effetto inatteso

Una ricerca internazionale ha riesaminato l’impatto dell’eruzione del supervulcano giapponese sulle comunità delle regioni colpite.

Circa 7.300 anni fa, una delle più violente eruzioni vulcaniche conosciute sconvolse il Giappone e le aree vicine. L’esplosione del supervulcano Kikai fu accompagnata da terremoti, tsunami e da un’enorme dispersione di cenere, con conseguenze profonde per i territori e per le popolazioni che li abitavano.

A lungo si è ritenuto che un evento di questa portata avesse provocato un crollo immediato e generalizzato delle comunità umane. Una nuova analisi, però, restituisce un quadro meno semplice e ricostruisce in modo più preciso ciò che accadde dopo la fase eruttiva.

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L’eruzione che cambiò intere regioni

La potenza dell’esplosione trasformò vaste zone del Paese, sottoponendo a una pressione estrema gli insediamenti presenti. Alla cenere si sommarono gli effetti dei movimenti sismici e delle onde generate dall’evento, creando condizioni difficili per le popolazioni sopravvissute.

Il disastro non viene quindi descritto come un fenomeno limitato al vulcano. La combinazione di più calamità modificò l’ambiente circostante e mise a dura prova la capacità delle comunità di continuare a vivere nei territori interessati.

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Una conseguenza demografica più complessa

Lo studio pubblicato su Science Advances è stato realizzato da ricercatori delle università di Cambridge e Lund. Il loro lavoro si è concentrato proprio sugli effetti demografici dell’eruzione del Kikai, cercando di capire quale fosse la reale situazione delle popolazioni dopo la catastrofe.

I risultati indicano che il quadro successivo all’eruzione era più articolato di quanto ipotizzato in precedenza. La ricerca non restituisce, dunque, una lettura basata soltanto sulla devastazione immediata, ma propone una ricostruzione più complessa delle conseguenze subite dalle comunità delle aree colpite.

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