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Tecnologia 3 min di lettura1 ora fa

Internet, 2 miliardi restano fuori dall’uso quotidiano

La copertura mobile sfiora il 97%, ma reddito, costi, dispositivi e competenze limitano l’accesso effettivo

Nel 2026 il 76% della popolazione mondiale usa internet, ma circa 2 miliardi di persone restano escluse dall’utilizzo concreto della rete.

La presenza di una connessione in un territorio non coincide più con l’inclusione digitale. Essere raggiunti dal segnale non garantisce infatti la possibilità di studiare, lavorare, accedere ai servizi o utilizzare strumenti online in modo continuativo.

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I dati ancora incompleti

Una parte del problema riguarda anche ciò che non viene misurato. Meno della metà dei Paesi dispone di statistiche ufficiali e aggiornate sull’impiego di internet, mentre le informazioni sono ancora più scarse quando si considerano le competenze digitali e la disponibilità di telefoni cellulari.

In diverse aree del mondo manca quindi una fotografia precisa degli utenti realmente connessi e delle modalità con cui sfruttano la rete. Questa lacuna rende più difficile individuare le fasce escluse e progettare interventi mirati.


L’accesso ai servizi avanzati

La qualità del collegamento acquista un peso crescente con la diffusione dell’intelligenza artificiale. Le applicazioni più evolute richiedono infatti una rete stabile, rapida e utilizzabile senza interruzioni prolungate.

Un servizio troppo costoso, lento o disponibile solo saltuariamente può creare una forma ulteriore di esclusione. Il divario non riguarda più soltanto chi è collegato e chi non lo è, ma anche chi può usare pienamente le tecnologie che presuppongono una connessione continua.


Oltre la presenza della rete

Il 97% degli abitanti del pianeta vive in zone coperte almeno da reti mobili 3G o successive generazioni. Il 5G, inoltre, è disponibile per quasi sei persone su dieci. Il numero di utenti effettivi resta però molto più basso rispetto all’estensione delle infrastrutture.

A separare la copertura dall’uso quotidiano intervengono diversi elementi: il prezzo degli abbonamenti, la disponibilità di apparecchi adeguati, la velocità del collegamento e la preparazione necessaria per sfruttare gli strumenti digitali.

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L’ICT Development Index 2026 dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni, insieme alla pubblicazione “Dati e cifre 2026”, analizza proprio queste differenze. Il rapporto prende in esame 159 economie e valuta la cosiddetta “connettività universale e significativa”, cioè un accesso sostenibile, sufficientemente veloce e realmente utilizzato.


Le differenze tra Paesi

Il punteggio medio mondiale dell’indice è aumentato e i progressi più marcati riguardano gli Stati a reddito basso e medio-basso. La crescita, tuttavia, parte da livelli iniziali molto distanti da quelli delle economie più ricche.

Nel 2026 è online il 93% della popolazione dei Paesi ad alto reddito, contro il 32% registrato negli Stati a basso reddito. In Africa la quota raggiunge il 42%, mentre Europa, Americhe e Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti si collocano tra l’87% e il 93%.

Rispetto al 2025, la percentuale globale è salita dal 74% al 76%, pari a circa 6,3 miliardi di persone. Il dato medio, però, nasconde distanze molto ampie tra aree geografiche e fasce economiche.


Quanto pesa il prezzo

Il costo rimane uno dei principali freni all’utilizzo. Nel 2026 un pacchetto mobile di dati costa in media l’1,2% del reddito nazionale lordo pro capite, mentre per la banda larga fissa la quota sale al 2,3%.

Questi valori globali non riflettono le condizioni dei Paesi più poveri. Nei Paesi a reddito medio-basso, il peso di un’offerta mobile sul reddito è superiore di oltre cinque volte rispetto alle economie ricche; negli Stati a basso reddito arriva a circa 22 volte tanto.

Anche la rete fissa può essere proibitiva: dove è disponibile, un abbonamento può assorbire più di un quarto del reddito medio. Per questo la distanza tra Paesi ricchi e poveri si misura sempre meno nella semplice possibilità di collegarsi e sempre più nella capacità di usare internet per formazione, occupazione, sanità, servizi pubblici e informazione.

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