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Tecnologia 5 min di lettura2 ore fa

Cina, stretta sull’IA e sul solare: l’Europa rischia di restare senza tecnologia

Pechino prepara nuovi divieti e licenze per 40 tecnologie strategiche, dai modelli linguistici avanzati alle celle fotovoltaiche, con possibili ricadute sulla filiera europea.

Per l’Europa il problema non sarebbe la disponibilità dei pannelli cinesi, ma la possibilità di costruirli sul proprio territorio. La proposta di Pechino punta infatti a limitare l’uscita di macchinari, competenze e tecnologie indispensabili per replicare fuori dalla Cina alcune produzioni strategiche, mentre sul fronte dell’intelligenza artificiale il controllo riguarderebbe soprattutto i modelli più avanzati e i loro parametri interni.

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La filiera europea finisce sotto pressione

Il progetto interessa 40 tecnologie: 23 legate all’intelligenza artificiale, 12 al fotovoltaico e 5 alla biomedicina. Per 14 di queste sarebbe previsto un divieto totale di esportazione; le altre 26 potrebbero lasciare il Paese solo dopo il rilascio di una licenza. La consultazione sul testo, identificato come Annuncio n. 48/2026, resterà aperta fino al 15 novembre.

Le imprese che stanno già trasferendo all’estero una delle tecnologie comprese nell’elenco dovranno comunque registrarsi presso il ministero del Commercio. Secondo Baker McKenzie, questo adempimento non coincide con l’autorizzazione definitiva, ma anticipa in concreto alcuni effetti delle nuove regole.

La misura potrebbe avere conseguenze anche in Italia. La fabbrica 3Sun di Enel Green Power, a Catania, produce moduli a eterogiunzione e ha annunciato l’intenzione di passare alle celle tandem basate sulla perovskite: entrambe le aree tecnologiche compaiono nella proposta cinese. Non sarebbe invece vietata la vendita dei pannelli già fabbricati, mentre diventerebbe più complesso trasferire all’estero le conoscenze e gli strumenti necessari per realizzare nuovi impianti.


Pechino separa accesso e trasferimento

La parte dedicata all’IA introduce una distinzione centrale. Un’azienda straniera potrebbe continuare a interrogare, attraverso interfacce di programmazione, siti, applicazioni o servizi informatici remoti, un modello ospitato in Cina senza che ciò venga automaticamente considerato un’esportazione. Resterebbero fuori dal perimetro anche le tecnologie già rese pubbliche tramite pubblicazioni scientifiche o rilascio a codice aperto.

Il vincolo scatterebbe invece quando oltreconfine venissero trasferiti i parametri appresi durante l’addestramento, il codice sorgente o le competenze progettuali. Il divieto assoluto riguarderebbe i sistemi addestrati su dati classificati dalla normativa cinese come di importanza centrale per la sicurezza nazionale, gli agenti destinati alla difesa, alle infrastrutture critiche o agli apparati pubblici e gli strumenti con capacità offensive nel campo informatico, compresi quelli capaci di produrre codice dannoso.

Per altri modelli sarebbe necessaria una licenza se venisse superata almeno una delle soglie stabilite: 2.000 miliardi di parametri, una capacità di calcolo per l’addestramento pari a 10 elevato alla 26 operazioni in virgola mobile oppure un piazzamento tra i primi 10 nelle principali valutazioni pubbliche. Il testo non indica prodotti precisi, ma tra quelli che potrebbero rientrare figurano Kimi K3 di Moonshot e Qwen3.8-Max di Alibaba.

La stessa logica coinvolgerebbe i progetti di chip per l’IA realizzati con processi produttivi da 14 nanometri o meno, le architetture con componenti sovrapposti in configurazione 2.5D o 3D, alcune memorie avanzate e i sistemi di calcolo formati da almeno 10.000 acceleratori. Per installare all’estero un modello sottoposto a restrizione potrebbe essere necessaria un’autorizzazione. Pechino valuta però una procedura semplificata nei casi in cui l’infrastruttura resti sotto controllo cinese o il modello venga distribuito a codice aperto.


Solare e chip diventano leve geopolitiche

Nel comparto fotovoltaico il progetto colpisce alcune tecnologie per la realizzazione di wafer spessi 70 micron o meno, oltre alle celle alla perovskite e a quelle tandem perovskite-silicio. Il divieto interesserebbe anche i processi industriali per produrre grandi quantità di polisilicio, mentre gli impianti tradizionali con una capacità di almeno 30.000 tonnellate annue avrebbero bisogno di una licenza.

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Il ministero del Commercio collega la stretta al crescente impiego del fotovoltaico in ambiti sensibili, tra cui l’aerospazio e la difesa. Per Baker McKenzie, tuttavia, l’elemento più rilevante è l’inclusione di alcuni macchinari essenziali alla produzione: una scelta che potrebbe rendere più difficile aprire stabilimenti fotovoltaici fuori dalla Cina.

I numeri spiegano il peso della decisione. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la Cina concentra circa l’85% della capacità produttiva mondiale della filiera solare e l’80% di quella delle batterie agli ioni di litio. La quota sale al 95% per i wafer e al 97% per i materiali anodici delle batterie; un solo impianto situato nella Mongolia Interna potrebbe, secondo la stessa analisi, coprire la domanda di fotovoltaico dell’Unione europea e dell’India.

La dipendenza non riguarda soltanto i pannelli. In una simulazione dell’Agenzia internazionale dell’energia, l’interruzione delle esportazioni da parte del principale fornitore della filiera provocherebbe una perdita di circa 17 miliardi di dollari di produzione al mese per le fabbriche di veicoli elettrici situate fuori dalla Cina. Una parte consistente dell’impatto, quasi due terzi, ricadrebbe sugli altri Paesi.


La risposta cinese ai controlli americani

La proposta arriva dopo anni di restrizioni statunitensi sull’accesso cinese ai semiconduttori più sofisticati e alle apparecchiature per produrli. Il 14 gennaio il presidente Donald Trump ha firmato un documento che prevede un dazio del 25% su alcuni processori avanzati, tra cui Nvidia H200 e Amd MI325X, con esenzioni per quelli destinati ai centri dati e alla ricerca negli Stati Uniti.

Anche Taiwan sta preparando nuove limitazioni. Il ministro dell’Economia Kung Ming-hsin ha riferito a Bloomberg che server per l’IA e semiconduttori avanzati saranno inseriti nell’elenco dei beni sottoposti a controllo, senza però indicare quando entrerà in vigore la misura.

La strategia cinese segue una direzione diversa da quella americana: Washington cerca di frenare l’accesso all’hardware più avanzato, mentre Pechino tenta di trattenere modelli, progetti e processi industriali nei settori in cui conserva un vantaggio. Il portavoce del ministero del Commercio ha definito il provvedimento un intervento ordinario, non rivolto contro uno Stato specifico, ma lo ha collegato alla sicurezza nazionale: «L’obiettivo è rafforzare la soglia minima di sicurezza, prevenire usi impropri e abusi e garantire che l’IA resti sotto il controllo umano».

Per Lian Jye Su, analista capo di Omdia, la proposta può essere letta come una risposta ai requisiti di sovranità tecnologica adottati dai Paesi occidentali. Gary Ng, economista senior di Natixis, vede invece il provvedimento dentro una tendenza più ampia: secondo la sua analisi, la frammentazione globale riguarda ormai non solo commercio e investimenti, ma anche l’accesso alle tecnologie strategiche.

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