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Tecnologia 2 min di lettura5 giorni fa

Chip AI in orbita: Google prova il limite con SpaceX il 1° ottobre

Un satellite con TPU e processori per l’AI volerà su Falcon 9 per verificare tenuta, radiazioni, sbalzi termici e soprattutto la gestione del calore nel vuoto.

Google punta allo spazio per capire se i chip dell’intelligenza artificiale possono reggere condizioni estreme, e non solo per il lancio. Il 1° ottobre l’azienda prevede di mettere in orbita un satellite con le proprie TPU e altri processori pensati per accelerare i calcoli dell’AI, affidandolo a un razzo Falcon 9 di SpaceX.


Un test per capire se l’orbita è praticabile

L’iniziativa, indicata come Project Suncatcher, non va letta come un vero data center orbitale già pronto all’uso. Si tratta piuttosto di una prova tecnica sull’hardware, pensata per osservare come i componenti reagiscono a vibrazioni, radiazioni e forti escursioni di temperatura.

L’idea di portare questi sistemi fuori dalla Terra nasce anche da un problema molto concreto: l’energia. I data center che alimentano l’AI richiedono sempre più potenza, e nello spazio i pannelli solari avrebbero la possibilità di ricevere luce per gran parte del tempo, senza la variabile delle nuvole a interromperne l’esposizione.


Il vero ostacolo si chiama calore

La difficoltà principale, però, non è la mancanza di freddo. Nel vuoto non c’è aria che possa allontanare il calore come accade nei computer sulla Terra, e questo rende complicata anche la semplice dissipazione dell’energia prodotta dai chip.

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Per affrontare il problema, Google vuole sperimentare tubi capaci di trasferire il calore dai processori verso radiatori progettati per scaricarlo nello spazio. Secondo la configurazione descritta da The New York Times, i processori potrebbero lavorare per circa 15 minuti prima di dover interrompere l’attività per raffreddarsi, un limite molto pesante per qualunque infrastruttura che dovrebbe restare attiva senza pause.


La scommessa di Google e SpaceX

Il lancio del 1° ottobre servirà quindi a misurare quanto questa idea sia davvero sostenibile. Prima di pensare a un impiego su larga scala, Google vuole verificare se il comportamento dei chip in orbita possa essere compatibile con le esigenze di sistemi che devono elaborare dati in modo continuo.

Il progetto resta per ora un esperimento, ma indica chiaramente la direzione in cui si muove il settore: trovare nuovi spazi, e nuove fonti di energia, per sostenere la crescita dell’AI. Lo spazio, almeno sulla carta, offre luce abbondante; resta da vedere se riesca anche a garantire le condizioni tecniche necessarie per far funzionare quei processori senza fermarsi.

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