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Carburanti, il tetto di Eni divide la filiera: chi rischia di più

La Figisc critica il price cap di Eni: sollievo per chi fa rifornimento, ma forti pressioni su gestori indipendenti, scorte e concorrenza

La crisi geopolitica e la diminuzione della capacità di raffinazione in Europa e in Italia sono, secondo la Figisc, tra i fattori che hanno spinto verso l'alto i prezzi dei carburanti. La federazione contesta però anche le strategie adottate negli anni dalle principali compagnie, accusate di avere ridotto gli investimenti industriali per concentrarsi su iniziative di facciata.

Nella nota intitolata «Qualche riflessione a caldo», la Federazione Italiana Gestori Impianti Stradali Carburanti (Confcommercio) avverte che le decisioni dei grandi operatori possono produrre conseguenze pesanti sull'intero sistema. La conclusione della Figisc è netta: «quando i grandi si mettono d'accordo, è difficile che pensino alle scaglie che volano in conseguenza delle loro decisioni».


Scorte sotto pressione nella rete Eni

Uno dei problemi indicati dalla federazione riguarda il carburante già comprato dai gestori affiliati a Eni e ancora conservato nei serbatoi. La riduzione dei listini ne abbassa immediatamente il valore, creando una perdita per gli operatori che lo avevano acquistato a un prezzo più alto.

La Figisc richiama inoltre il precedente francese legato a un'iniziativa simile di TotalEnergies. L'aumento degli automobilisti diretti verso i distributori Eni potrebbe accelerare il consumo delle disponibilità e rendere più complicato mantenere regolare l'approvvigionamento della rete.


Il vantaggio per gli automobilisti

Il price cap stabilito da Eni fissa il gasolio a 2,19 euro al litro e la benzina a 1,99 euro. La misura può quindi attenuare l'impatto dei rincari per chi deve fare rifornimento, ma la Figisc teme che il beneficio per i consumatori venga trasferito sui gestori e sugli altri anelli della distribuzione.

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A pochi giorni dalla scadenza dei tagli alle accise, prevista per il 5 ottobre, il provvedimento assume anche un rilievo politico. Mentre il sostegno pubblico viene ridimensionato dai vincoli di bilancio, una società partecipata dallo Stato interviene direttamente sui prezzi praticati sul mercato.


La concorrenza accende lo scontro

Secondo la Figisc, Eni finisce così per «surrogare lo Stato sulle accise» e per «togliere le castagne dal fuoco al posto dello Stato». La federazione ritiene che questa scelta possa rafforzare la compagnia sul piano delle vendite e della reputazione, spostando però l'attenzione dal confronto sulla tassazione degli extraprofitti delle aziende petrolifere.

La misura, inoltre, rischia di ampliare il divario tra i grandi marchi e gli impianti indipendenti. Questi ultimi, sostiene la federazione, non dispongono di margini abbastanza ampi per applicare riduzioni analoghe e potrebbero essere progressivamente esclusi dal mercato.

Nel dibattito vengono evocati «posizione dominante, dumping e concorrenza sleale». IP ha già adottato una soluzione analoga a quella di Eni; resta da capire se anche le altre major seguiranno la stessa strada e quale effetto avrebbe una scelta coordinata sui rapporti competitivi nella rete distributiva.

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