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Tecnologia 4 min di lettura3 giorni fa

AI, la prova decisiva è dentro il corpo umano

Dalla prevenzione alla ricerca farmaceutica, l’intelligenza artificiale può cambiare la sanità ma anche amplificare rischi ancora difficili da governare.

La sanità potrebbe diventare il banco di prova più concreto per capire se l’intelligenza artificiale riuscirà davvero a produrre benefici diffusi. Non soltanto perché il settore concentra enormi interessi economici e politici, ma anche perché mette la tecnologia davanti a bisogni immediati: prevenire malattie, intervenire prima delle emergenze e rendere più accessibili cure oggi molto costose.

L’uso coordinato dei dati può collegare due questioni spesso affrontate separatamente. Da una parte c’è la necessità di dare un risultato agli investimenti sull’AI, stimati da Goldman Sachs in 7 trilioni di dollari tra il 2023 e il 2030. Dall’altra, la crisi dei sistemi sanitari pubblici, schiacciati dall’invecchiamento della popolazione e dai limiti della spesa.


La sanità mette l’AI alla prova

Il settore sanitario è tra i più rilevanti nelle economie avanzate. Negli Stati Uniti assorbe circa il 18% del PIL e quattro delle principali aziende americane per fatturato appartengono proprio a questo comparto. Nonostante il suo peso, la sanità ha resistito più di altri ambiti alla digitalizzazione: per questo l’arrivo dell’intelligenza artificiale potrebbe produrre effetti particolarmente profondi.

La scelta non è soltanto economica. La salute è anche una questione elettorale decisiva in Italia, negli Stati Uniti e in Europa; negli Usa, la contestazione dell’industria farmaceutica è uno dei pochi temi capaci di avvicinare Bernie Sanders e Donald Trump. Concentrarsi su questo campo permette inoltre di mostrare con chiarezza il doppio volto della tecnologia: da un lato la possibilità di affrontare patologie oggi incurabili, come il cancro, dall’altro il rischio di interferire direttamente con il corpo umano.


Dai sensori alle cure personalizzate

Il libro *Internet of Beings*, in uscita il prossimo anno con Emerald/Wiley per i mercati globali, parte dall’idea che manchi ancora una teoria capace di spiegare nel complesso la trasformazione prodotta dall’AI. Studiare una sua applicazione precisa, come la ricerca medica, può però aiutare a comprenderne meglio la portata. Il sottotitolo dell’opera, *i sogni e gli incubi di digitalizzare i corpi umani*, richiama proprio questa ambivalenza.

Un’anticipazione di tale scenario si trova in *Fantastic Voyage*, il film del 1966 ispirato a una storia concepita da Isaac Asimov, in cui alcuni astronauti vengono miniaturizzati per entrare nel corpo di un uomo e salvarlo da un aneurisma. Oggi la prospettiva non passa dalla miniaturizzazione degli esseri umani, ma da dispositivi sempre più piccoli: sensori indossabili, strumenti ingeribili e sistemi in grado di muoversi nei canali attraverso cui circolano sangue e ossigeno, fino a intervenire in situazioni d’emergenza.


Tre effetti che cambiano il sistema

Le ricadute potenziali sono almeno tre. Dispositivi capaci di monitorare il corpo potrebbero contribuire a evitare morti improvvise, per esempio quelle provocate da un infarto; l’analisi preventiva dei dati potrebbe aiutare a contenere malattie che oggi gravano sugli ospedali; infine, la ricerca farmaceutica avrebbe accesso a una quantità di informazioni utile a individuare più rapidamente i trattamenti promettenti.

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In quest’ultimo caso, l’AI potrebbe restringere il campo delle ipotesi prima di arrivare agli anni di sperimentazioni necessari per verificare l’efficacia dei farmaci. La promessa è dunque una ricerca più rapida e meno onerosa, non la cancellazione dei test: il vantaggio consisterebbe nel capire in anticipo quali strade meritano di essere percorse.


Opportunità concrete e timori reali

La fusione tra strumenti digitali e medicina è spesso raccontata attraverso le visioni distopiche di Peter Thiel e di altri protagonisti della Silicon Valley, associate all’idea di una tecnologia capace di garantire a pochi una vita molto più lunga e di lasciare molti altri senza lavoro. Questo esito, tuttavia, non rappresenta l’unico possibile approdo della rivoluzione in corso.

Sistemi basati sull’AI potrebbero, per esempio, controllare erogatori impiantabili di insulina, sviluppando tecnologie già esistenti e migliorando la quotidianità delle persone con diabete. Anche Neuralink, l’azienda di Elon Musk che lavora sulle connessioni con i neuroni, ha prodotto applicazioni che consentono a persone paralizzate di comandare computer o altri apparecchi tramite i segnali cerebrali.

La direzione finale dipenderà quindi dalla capacità di orientare l’innovazione verso bisogni condivisi, senza ignorare i pericoli legati alla manipolazione del corpo. È in questa scelta, più che nella tecnologia considerata in astratto, che si giocherà la partita: i sistemi sanitari tradizionali saranno il test più importante per capire che cosa l’intelligenza artificiale può davvero fare.

*Docente in Bocconi e direttore del think tank Vision*

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