8.000Lettori online ora
Tecnologia 4 min di lettura2 giorni fa

AI, il vero rischio non è l’apertura: la sfida tra Usa e Cina

Liu Shaoshan analizza modelli open source, occupazione, sicurezza e limiti delle restrizioni americane sui semiconduttori, chiedendo un confronto stabile tra Washington e Pechino.

La trasparenza dei modelli di intelligenza artificiale non basta, ma nemmeno l’apertura può essere considerata di per sé una minaccia. Secondo Liu Shaoshan, il confronto dovrebbe concentrarsi sulle garanzie, sui controlli e sugli effetti concreti dei sistemi, non soltanto sulla scelta tra tecnologie aperte e chiuse.


L’apertura non basta a garantire sicurezza

Liu Shaoshan, direttore della divisione Embodied Artificial Intelligence dello Shenzhen Institute of Artificial Intelligence and Robotics for Society (AIRS), ritiene che i modelli open source possano favorire verifiche indipendenti, ricerca, concorrenza e accesso. Il vantaggio sarebbe particolarmente rilevante per i Paesi che non dispongono delle risorse necessarie a sviluppare autonomamente sistemi di frontiera.

L’esperto, che ha studiato all’Università della California e ad Harvard, sottolinea però che anche i modelli aperti possono propagare difetti quando vengono modificati e ridistribuiti. L’esposizione pubblica, inoltre, può rendere più semplice l’impiego malevolo della tecnologia. I sistemi proprietari presentano a loro volta criticità: concentrano il potere in poche aziende, riducono i controlli esterni e aumentano la dipendenza dagli operatori dominanti. La questione, quindi, non si esaurisce nel chiedere se un modello sia open o closed.


Il lavoro è il banco di prova

La diffusione dell’IA e della robotica potrebbe aiutare la Cina ad affrontare l’invecchiamento demografico, soprattutto nei comparti dove mancano lavoratori, le attività sono rischiose oppure le mansioni sono ripetitive. Nel breve periodo, tuttavia, l’automazione rischia di sostituire persone in altri segmenti produttivi, creando una distanza tra domanda e offerta di lavoro.

Per Liu non c’è una contraddizione assoluta, bensì uno squilibrio da governare. L’applicazione della strategia cinese “AI+”, che punta a portare l’intelligenza artificiale nei diversi settori economici, dovrebbe procedere insieme alla formazione, alla riconversione professionale e alla valutazione dell’impatto sull’occupazione. La politica tecnologica, sostiene, deve dunque diventare anche politica del lavoro: la velocità con cui avverrà la sostituzione sarà decisiva per contenere il costo sociale.


Pechino amplia il perimetro dei rischi

La Cina ha inizialmente concentrato la regolazione sugli effetti prodotti dall’IA: contenuti dannosi, disinformazione, privacy, stabilità sociale e sicurezza nazionale. Con il potenziamento dei sistemi, l’attenzione si è estesa al funzionamento interno della tecnologia, alla robustezza dei modelli, alle decisioni autonome e alla possibilità di mantenere un controllo umano effettivo.

I documenti cinesi sulla sicurezza dell’IA del 2024 e del 2025 hanno allargato progressivamente le categorie di rischio. Nel 2026, il riferimento alla necessità di mantenere l’intelligenza artificiale sotto supervisione umana è diventato più esplicito. Il cambiamento segnala il passaggio dalla sorveglianza di ciò che i sistemi producono oggi alla valutazione di ciò che potrebbero fare domani.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.


Due modelli, nessuno risolutivo

Negli Stati Uniti il dibattito si è concentrato sulle prestazioni più avanzate, sulla sicurezza nazionale e sull’eventualità di perdere il controllo dei sistemi. Washington continua però a considerare centrali anche la leadership tecnologica e la capacità d’innovazione. La Cina utilizza invece una definizione più estesa della sicurezza, che comprende controllabilità, abusi, affidabilità delle informazioni e ricadute sociali.

Le differenze emergono anche negli strumenti utilizzati. Pechino ricorre soprattutto a norme pubbliche, standard tecnici, registrazione degli algoritmi, indicazioni sui contenuti e livelli di rischio; negli Stati Uniti il peso maggiore ricade sulle imprese, sui regolatori settoriali, sui controlli legati alla sicurezza nazionale e sui test dei modelli più potenti. Per Liu nessuno dei due impianti è sufficiente: occorre misurare con continuità il comportamento reale dei sistemi nella società, invece di limitarsi a discutere di scenari teorici.


Serve un canale contro le escalation

Le restrizioni americane sulle esportazioni di chip hanno messo sotto pressione il calcolo di frontiera, cioè la disponibilità della potenza necessaria per addestrare i sistemi più avanzati. Nonostante questo, secondo Liu, la Cina non ha interrotto il proprio sviluppo nel campo dell’intelligenza artificiale.

L’esperto avverte che le difficoltà future non coincideranno soltanto con la rivalità tra Washington e Pechino. Gli effetti dell’IA possono infatti produrre rischi che nessuna delle due potenze riesce a gestire individualmente. Per questo, a suo giudizio, il confronto bilaterale dovrebbe concentrarsi su problemi concreti, anche senza pretendere un accordo preliminare su un’unica teoria della governance.

Cina e Stati Uniti hanno recentemente concordato l’avvio di un meccanismo di consultazione dedicato alla sicurezza e alle minacce legate all’IA. Il suo funzionamento dipenderà da questioni ancora aperte: bisognerà stabilire quali incidenti richiedano una comunicazione, fissare soglie condivise, individuare interlocutori e definire procedure essenziali.

La fiducia sarà il nodo più delicato, perché gli episodi più gravi potrebbero coinvolgere segreti industriali o informazioni sensibili per la sicurezza nazionale. Per questa ragione, Liu considera più realistico cominciare da un sistema limitato e operativo, capace di ridurre il rischio di escalation senza attendere un’intesa complessiva su tutti gli aspetti dell’intelligenza artificiale.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere