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Sport 3 min di lettura24 set

Università, il divario pesa ancora: il nuovo piano per allargarne l’accesso

Dai dati su iscrizioni e background familiare nasce una nuova intesa tra Merita e Bocconi per rafforzare MeMo e accompagnare chi è il primo in famiglia a entrare in università.

Non basta il talento, spesso serve anche sapere come muoversi: è questa la frattura che il nuovo accordo su MeMo prova a ridurre, partendo da studenti e studentesse che in casa non hanno esempi universitari. I numeri citati a Pisa raccontano infatti una distanza netta: a un anno dal diploma si iscrive all’università l’84% di chi ha almeno un genitore laureato, contro il 66% di chi proviene da famiglie prive di laureati tra i genitori.


Il peso dell’origine familiare

Il quadro è stato presentato durante l’evento conclusivo di Merita alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dove cinque istituzioni della rete hanno siglato un’intesa con l’Università Bocconi. L’obiettivo è dare continuità e più ampiezza a MeMo, il programma di orientamento nato per chi è il primo in famiglia a intraprendere studi universitari.

Dietro al divario non ci sono solo ragioni economiche. A incidere sono anche informazioni, reti di contatti, modelli di riferimento e familiarità con l’ambiente accademico, elementi che possono rendere l’università una meta percepita come lontana. Proprio su questo punto si è concentrato il confronto tra i protagonisti del progetto.


MeMo diventa un modello stabile

Anna Maria Bernini ha spiegato che il programma non si limita a chiudere una fase, ma entra in una nuova stagione. Nel suo intervento ha definito il diritto allo studio come la possibilità di costruire la versione migliore di sé, senza che il punto di partenza economico diventi un ostacolo insormontabile.

La ministra ha anche ricordato che MeMo ha coinvolto più di 4.000 studentesse e studenti e che ora l’esperienza viene trasformata in un impianto più solido e nazionale. Il passaggio serve a non disperdere quanto sperimentato finora e a renderlo replicabile su scala più ampia.

Nel corso del convegno è intervenuto anche Marco Romito, professore associato dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, con un’analisi dedicata ai first-generation students. Il suo ragionamento ha messo in relazione origine sociale, risorse disponibili e aspettative, sottolineando come spesso queste variabili si intreccino con percorsi migratori già nelle scelte post-diploma.

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I risultati del percorso e la nuova sfida

I dati raccolti nel volume Merito e mobilità sociale. L’orientamento come leva di equità mostrano un impatto rilevante: il 90,2% di chi ha partecipato a MeMo risultava iscritto all’università a un anno dal diploma, mentre un altro 4,5% era in procinto di farlo. In pratica, tra i rispondenti, circa 95 su 100 hanno proseguito gli studi.

Le valutazioni interne sono altrettanto positive. Il 97% dei partecipanti ritiene che il programma abbia favorito la propria crescita personale, e oltre il 95% giudica in modo favorevole il rapporto con tutor e tutrici. Per i promotori, questi esiti confermano che l’orientamento funziona quando non si limita a presentare i corsi, ma accompagna nel tempo e costruisce familiarità con l’università.

Sabina Nuti e Marta Cartabia hanno poi discusso del significato attuale di merito e mobilità sociale. Cartabia ha sostenuto che l’articolo 34 della Costituzione va tradotto in pratica e che l’università deve raggiungere gli studenti prima ancora che siano loro a cercarla.

Nel suo passaggio più netto, la prorettrice dell’Università Bocconi ha detto che l’ateneo deve andare incontro ai giovani nei luoghi in cui si formano aspettative e motivazione. La nuova convenzione, firmata al termine della giornata, punta quindi a consolidare MeMo oltre il Pnrr e ad estenderne la capacità di intervento, mantenendo il tutoraggio tra pari, il raccordo con le scuole e l’esperienza diretta della vita universitaria.

All’ultima tavola rotonda hanno preso parte anche Nicola Vitiello, Alessandro Schiesaro, Mattia Crespi, Gianguido Dall’Agata e Stefania Pellegrini, insieme ai tutor del progetto. Il messaggio emerso è stato uno solo: per molti ragazzi e ragazze, il primo ostacolo non è entrare all’università, ma riuscire a immaginarsi davvero dentro quel percorso.

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