Messi dice addio all’Argentina: il Monumental si ferma per lui
L’ultima notte in albiceleste si chiude con un gol, due assist e l’abbraccio di un Paese alla sua leggenda.
A quarant’anni ormai nel mirino, Lionel Messi ha scelto di non prolungare la sua storia con l’Argentina fino a quando il tempo avrebbe potuto appannarla. Meglio congedarsi da campione del mondo, lasciando intatto il ricordo della sua trasformazione da talento fragile a simbolo eterno della nazionale.
A Buenos Aires, il Monumental ha accompagnato questo commiato tra musica, lacrime e gratitudine. Il messaggio dei Gardelitos — l’invito a non permettere che nulla rovini l’amore — sembrava riassumere il sentimento di una serata costruita intorno al numero 10.
Un addio che pesa più del risultato
Il dolore per la fine non ha cancellato la riconoscenza. Messi ha ricordato prima di tutto il padre, scomparso ad agosto, poi ha parlato dei vent’anni trascorsi con la maglia albiceleste: «Sarà un dolore enorme non essere più qui, perché mi piacerebbe continuare per tutta la vita e mi mancherà moltissimo».
Nel suo discorso ha definito la nazionale una delle fortune più grandi della sua vita. Con l’Argentina, ha spiegato, ha realizzato i sogni coltivati da bambino, conquistando il Mondiale, la Coppa America e gli altri trofei disputati insieme ai compagni.
Il rapporto con la selezione, però, non è sempre stato così luminoso. Dopo quattro finali perse, tre delle quali consecutive, Messi era arrivato a chiedersi se quella maglia facesse davvero per lui. All’epoca aveva già cinque Palloni d’oro, quattro Champions League e numerosi titoli vinti con il Barcellona, ma il capitolo argentino restava ancora irrisolto.
Il Monumental gli consegna l’ultima scena
Le telecamere lo avevano già mostrato commosso sul pullman, prima dell’ingresso allo stadio. Sul terreno di gioco lo aspettava una gigantesca maglia con il numero 10 e la scritta “grazie”, mentre gli spalti si raccoglievano intorno al loro campione.
Durante l’inno, Messi è rimasto in silenzio, come gli era già capitato in altre occasioni. Nessuno, tuttavia, ha più motivo di mettere in dubbio il suo legame con il Paese dopo i successi conquistati negli ultimi anni. A ricordare la storia argentina era anche lo striscione dedicato alle Malvinas, portato da Fabio Santana, veterano di guerra.
Il momento più intenso è arrivato dopo il fischio finale. I compagni lo hanno stretto al centro del campo, il pubblico ha accompagnato ogni gesto e persino lo spettacolo di droni predisposto dalla federazione è stato accolto con irritazione quando ha composto inizialmente il simbolo di uno sponsor. Poi l’emozione ha ripreso il sopravvento, unendo un’intera nazione intorno alla sua stella.
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Gol, assist e una nuova eredità
La partita contro il Benin ha aggiunto numeri importanti alla sua ultima serata. Messi ha servito due passaggi decisivi e ha realizzato un calcio di rigore, pur sprecando anche alcune occasioni insolite per lui, compresa una grande opportunità costruita da Lautaro al 32’.
L’Argentina ha sbloccato il punteggio all’inizio della ripresa con Nicolás Otamendi, autore di una spettacolare conclusione acrobatica sugli sviluppi di un calcio d’angolo battuto da Messi. Poco dopo, l’ingresso di Nico Paz ha prodotto un altro momento simbolico: servito dal capitano, il giovane ha trovato il gol con un mancino preciso dal limite dell’area.
Con quei due assist, Messi è salito a quota 66 e 67 con la nazionale. Il rigore trasformato più tardi gli ha invece consegnato la rete numero 126 in 208 presenze, 138 delle quali da capitano. Anche l’ultima occasione, un tiro mancino deviato dal portiere del Benin sul palo, non ha cambiato il senso della notte.
Dalle sconfitte alla consacrazione
La svolta è maturata sotto la guida di Lionel Scaloni. Attraverso le prime cadute, Messi ha assunto una leadership che in precedenza non era riuscito a esprimere pienamente con la maglia argentina. Mentre la parabola nei club iniziava a rallentare, la nazionale gli ha restituito una stagione sportiva inattesa e irripetibile.
Per questo il saluto del Monumental ha avuto un peso diverso rispetto a qualsiasi futuro addio con l’Inter Miami. Il pubblico non celebrava soltanto un giocatore, ma il percorso di un uomo passato dalla sofferenza delle finali perdute alla conquista dei trofei più desiderati.
Quando la partita è terminata, Messi è rimasto al centro dell’attenzione tra abbracci, danze e commozione. L’Argentina ha salutato così il suo capitano: con il ricordo ancora vivo del campione del mondo e la certezza che, per intere generazioni, quella lunga estate albiceleste non finirà mai.
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