Juventus, cinque anni di spese record: il vero problema non è in panchina
Ingaggi da vertice, continui cambi ai vertici e risultati deludenti riaprono il dubbio sulle responsabilità della crisi bianconera.
Il dato più difficile da ignorare è anche il più semplice: la Juventus ha cambiato spesso allenatore, ma non il livello della spesa né l’andamento dei risultati. In cinque stagioni la società ha occupato sempre il primo o il secondo posto della Serie A per monte ingaggi, mentre in campo ha raccolto soltanto una Coppa Italia e due qualificazioni alla Champions League.
Se la guida tecnica è stata la variabile modificata più volte, la rosa rappresenta invece il punto fermo del progetto. E proprio per questo il tecnico di turno rischia di essere soltanto il fusibile di un sistema che presenta problemi più profondi.
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La rosa costa più dei risultati
Le stime di Capology sul monte stipendi lordo raccontano una Juventus costantemente tra le squadre più costose d’Italia. Nel 2022/23 il club ha sostenuto una spesa di 191 milioni, scesa a 146 nel 2023/24 e risalita a 183 nell’annata in corso, abbastanza per superare l’Inter campione d’Italia di 14 milioni.
Nelle altre due stagioni la società bianconera è rimasta comunque seconda: 130 milioni nel 2024/25 contro i 164 dell’Inter e 155 nel 2025/26, quando i nerazzurri ne hanno investiti 162. In questa stagione, inoltre, la Juventus risulta la quindicesima squadra più costosa al mondo. La questione, quindi, non riguarda l’assenza di risorse, ma il rendimento ottenuto da quelle risorse.
Il progetto cambia troppo spesso
Dal 2022 anche l’assetto dirigenziale ha attraversato trasformazioni continue. Nel novembre di quell’anno si è dimesso in blocco il precedente consiglio d’amministrazione, mentre Scanavino ha assunto la gestione della fase successiva. Poco dopo è arrivato Giuntoli, rimasto in carica per meno di due stagioni prima del licenziamento comunicato da Elkann alla fine di maggio 2025.
Comolli ha raccolto il testimone, prima come direttore generale e poi come amministratore delegato dall’11 novembre 2025. Chiellini, invece, è stato incaricato di seguire la strategia calcistica in un ruolo creato appositamente. Nel giugno 2026 Comolli ha lasciato il club dopo il sesto posto e un mercato ritenuto insoddisfacente: la separazione è costata 850.000 euro lordi, oltre alla rinuncia al recupero del premio alla firma.
Al suo posto è arrivato Carnevali, con il doppio incarico di amministratore delegato e direttore generale. Dal terremoto societario del 2022 si sono così succeduti tre amministratori delegati, due diverse configurazioni dell’area sportiva e almeno tre indirizzi di mercato. Costruire una squadra stabile diventa complicato quando l’architettura cambia con questa frequenza.
Quattro tecnici, stesso copione
Anche sulla panchina la continuità è mancata. Allegri ha guidato la Juventus in due delle cinque stagioni considerate, vincendo una Coppa Italia, prima dell’addio deciso nel maggio 2024. Thiago Motta, presentato come il volto di una nuova fase, è stato esonerato nel marzo 2025 dopo l’eliminazione ai rigori contro l’Empoli in Coppa Italia e la sconfitta nel turno di spareggio della Champions League contro il PSV.
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Tudor ha poi condotto la squadra al quarto posto, ma il suo incarico si è concluso dopo tre sconfitte consecutive e otto gare senza successi. La scelta è ricaduta quindi su Spalletti, che si trova già sotto esame: dopo il 3-0 interno contro la Lazio alla settima giornata, la Juventus è ottava con 11 punti. Sette turni prima, allo stesso punto del calendario, Tudor ne aveva raccolti 12 ed era a metà distanza dalla vetta.
Il bilancio parla di quattro allenatori e tre esoneri, con il quarto tecnico coinvolto ora nella discussione sulle responsabilità. Ma la successione degli uomini in panchina non ha prodotto una svolta duratura: per questo diventa difficile attribuire all’allenatore l’intera origine del problema.
I risultati spiegano il malessere
Nel 2022/23 la Juventus ha terminato il campionato al settimo posto, anche a causa delle penalizzazioni, uscendo in semifinale sia dall’Europa League sia dalla Coppa Italia. La stagione seguente ha rappresentato il punto più alto del periodo: terzo posto in Serie A e successo in Coppa Italia, nell’unica annata senza impegni europei.
Nel 2024/25 è arrivato il quarto posto, ma con una Champions League chiusa al ventesimo posto nella fase a girone, la sconfitta nello spareggio contro il PSV e l’eliminazione ai quarti di Coppa Italia. Il 2025/26 ha portato un ulteriore arretramento: sesto posto, a due punti dalla zona Champions, uscita contro il Galatasaray nello spareggio europeo con un risultato complessivo di 7-5 e ko per 3-0 a Bergamo contro l’Atalanta in Coppa Italia.
Nell’annata attuale la Juventus disputa l’Europa League e resta nella zona centrale della classifica. In cinque stagioni non ha vinto lo Scudetto, ha conquistato un solo trofeo nazionale e ha raggiunto appena due volte la Champions League, pur disponendo per tre volte del monte ingaggi più alto della Serie A.
La responsabilità sale ai vertici
Restano due spiegazioni possibili. Se i calciatori valgono meno di quanto suggeriscano i loro stipendi, la responsabilità ricade su chi li ha scelti e acquistati, arrivando a pagare profili ordinari come se fossero elementi da vertice. Se invece il valore della rosa è adeguato alla spesa, il problema va cercato nella gestione, tra cambi di allenatore e continue revisioni dell’organigramma.
In entrambi gli scenari, il tecnico in carica sembra il componente più facile da sostituire, non necessariamente la causa del guasto. La Juventus continua a modificare la facciata, mentre la costante più evidente — una rosa carissima associata a risultati inferiori alle attese — resta intatta.
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