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Juve, Alessio avverte: la rinascita passa dalla sofferenza

L’ex vice di Conte ripercorre lo scudetto del 2011, il paragone tra Conceição e Barros e le difficoltà del nuovo ciclo bianconero.

La Juventus può attraversare fasi complicate, commettere errori e perdere certezze, ma secondo Angelo Alessio il ritorno ai vertici resta una costante della sua storia. L’ex allenatore in seconda di Antonio Conte ha ripercorso il proprio rapporto con il club e ha indicato nella costruzione graduale la via per uscire dall’attuale periodo di difficoltà.


La rinascita passa dai pilastri

Per Alessio, il peso della maglia bianconera non è cambiato. Anche se oggi l’obiettivo viene spesso identificato nel quarto posto, alla Juventus la misura reale resta il successo: la mentalità trasmessa da Giampiero Boniperti imponeva di considerare la vittoria come unico riferimento.

L’ex vice di Conte ha spiegato che i risultati mancati rendono ogni gara più complessa e alimentano pressione e tensione. In questo scenario, la società deve procedere senza fretta, inserendo calciatori di valore uno o due alla volta e creando una struttura affidabile in ciascun reparto. A suo giudizio, ricostruire gradualmente riduce il rischio di nuovi errori e permette di formare uno zoccolo duro.


Conceição ricorda il piccolo Barros

Tra i giocatori osservati da Alessio c’è anche Francisco Conceição, nel quale l’ex tecnico ha riconosciuto caratteristiche già apprezzate in Rui Barros. La statura contenuta aveva alimentato dubbi in entrambi i casi, ma rapidità e qualità tecnica hanno finito per compensare quel limite fisico.

Il paragone riguarda soprattutto l’impatto sul campo: Barros, ha ricordato Alessio, fu determinante per la squadra nonostante i giudizi iniziali. La stessa combinazione di velocità e talento gli è sembrata evidente nel portoghese arrivato alla Juventus.


Il modello dello scudetto 2011

Il primo titolo dell’era Conte nacque dall’unione di una base già solida e di alcuni innesti di alto livello. Buffon, Del Piero, Barzagli e Chiellini rappresentavano l’ossatura della squadra, mentre diversi elementi della rosa avevano già esperienza e trofei alle spalle.

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L’ambiente partiva con l’idea di riconquistare la Champions League, ma il gruppo cambiò prospettiva durante la stagione. Alessio ha raccontato che Conte riuscì a riattivare nei calciatori la convinzione di poter puntare al massimo traguardo, trascinando anche i compagni più giovani. La Juventus non sembrava superiore al Milan di quel periodo, considerato il complesso più competitivo, eppure riuscì a conquistare il campionato contro le previsioni.


Tevez e il rimpianto Benfica

Nel ricordo di Alessio c’è anche la semifinale di ritorno di Europa League contro il Benfica, una gara rimasta bloccata e terminata senza la qualificazione alla finale, che si sarebbe giocata a Torino. L’allenatore ha respinto l’idea che quella sfida fosse stata sacrificata per inseguire il record di punti: a suo avviso, semplicemente, la partita non si sbloccò mai. «La vorrei proprio rigiocare», ha ammesso ricordando il rimpianto.

Carlos Tevez, invece, contribuì a elevare ulteriormente il livello della squadra sia sul piano tecnico sia sotto il profilo caratteriale. Parlava raramente, ma quando interveniva nello spogliatoio riusciva a imporsi sull’intero gruppo; per Alessio possedeva personalità e qualità complete per un attaccante.

La lezione di quel ciclo, secondo l’ex collaboratore di Conte, è che il talento da solo non basta: servono giocatori-guida, una direzione chiara e il tempo necessario per consolidare il progetto. È attraverso questo percorso, anche doloroso, che la Juventus può ritrovare la propria dimensione.

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