Il retroscena di Capello: Berlusconi e quel no a Ronaldo
L’ex tecnico rossonero ripercorre il rapporto con il presidente che trasformò il Milan e ricorda la telefonata sul brasiliano nel 2007.
La telefonata arrivò nel 2007, quando Silvio Berlusconi volle sapere da Fabio Capello se Ronaldo fosse l’uomo giusto per il Milan. L’allenatore, che aveva già guidato il brasiliano al Real Madrid, espresse più di una riserva: grande talento, ma qualche dubbio sulla sua influenza nello spogliatoio. Il giorno seguente, tuttavia, i giornali annunciavano l’affare ormai concluso.
Capello ha rievocato quell’episodio parlando del Cavaliere nel giorno in cui avrebbe compiuto 90 anni, il 29 settembre. Il tecnico, oggi 80enne, ha legato il suo nome alla storia rossonera con quattro scudetti, una Coppa dei Campioni e una striscia di 58 gare consecutive senza sconfitte tra il 1991 e il 1996.
Il consiglio su Ronaldo arrivò tardi
Berlusconi chiese a Capello un parere sul carattere dell’attaccante, non soltanto sulle sue qualità in campo. La risposta fu prudente: «Presidente, è un grande giocatore ma ama fare baldoria. Per lo spogliatoio non è il massimo. E poi, è già stato ceduto. Lasci stare».
Poco dopo, però, l’operazione era già sui quotidiani. Solo in seguito Capello comprese che Adriano Galliani aveva praticamente definito il trasferimento quando il presidente lo aveva chiamato. Il ricordo, ha spiegato, continua a strappargli un sorriso anche per questo curioso incrocio di tempi.
La costruzione del Milan vincente
Il rapporto tra i due era iniziato anni prima. Capello aveva già lavorato nello staff di Nils Liedholm nel 1986-87 e aveva poi guidato la squadra nelle ultime sei giornate di campionato, conquistando l’accesso alla Coppa Uefa dopo lo spareggio con la Sampdoria. Berlusconi lo aveva conosciuto anche attraverso la Polisportiva Mediolanum, affidandogli successivamente la panchina.
Quattro anni dopo, il presidente gli propose la guida del Milan con una domanda rimasta nella memoria: «Fabio, te la senti?». Arrivò in un momento di cambiamenti, dopo il ciclo di Arrigo Sacchi. Mentre si ragionava sulla necessità di salutare diversi calciatori, Capello sostenne che quella rosa avesse ancora la forza per vincere. I risultati gli diedero ragione, fino alla finale di Atene del 1994, chiusa 4-0 contro il Barcellona.
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Un presidente tra calcio e politica
Quella sera Berlusconi non seguì la partita dagli spalti: al Senato era in corso il voto di fiducia al suo primo Governo. Dopo il successo chiamò Capello, condividendo la soddisfazione per una vittoria arrivata in una giornata politicamente delicata.
Per l’ex allenatore, però, il lascito del presidente non riguarda soltanto i trofei. Berlusconi voleva un calcio capace di unire spettacolo e risultati, così da coinvolgere il pubblico e avvicinare i bambini. Secondo Capello, all’epoca non era affatto scontato immaginare una squadra in grado di perseguire entrambi gli obiettivi.
L’ultimo ricordo resta personale
Capello descrive Berlusconi come un dirigente autorevole e, prima ancora, come una persona verso la quale ha conservato stima e affetto. I suoi interventi a Milanello, racconta, non erano ordini impartiti alla squadra: esprimeva le proprie idee con modi garbati e i giocatori ne coglievano comunque il significato.
Dopo la conclusione dell’esperienza rossonera i due continuarono a sentirsi, ma non tornarono a discutere di una possibile collaborazione nel calcio. Capello ricorda anche le riunioni politiche svolte a Milanello durante la nascita del partito di Berlusconi e conclude identificando il tratto che, a suo avviso, lo rappresenta più di ogni altro: la capacità di trasformare in realtà i grandi progetti che aveva immaginato.
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