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Sport 3 min di lettura4 giorni fa

Iaquinta si sfoga: “Champions, Mondiali e poi l’etichetta di mafioso

L’ex Juventus ripercorre i suoi anni migliori, racconta i rapporti con Spalletti, Lippi e Conte e torna a difendersi dalle accuse legate alla vicenda familiare.

Vincenzo Iaquinta ribalta il racconto della sua carriera partendo dal punto che più lo ferisce: dopo aver alzato la Coppa del mondo, dice, si è ritrovato addosso un sospetto pesantissimo. Nell’intervista a La Gazzetta dello Sport, l’ex attaccante della Juventus lega quel peso alle vicende giudiziarie che coinvolgono la sua famiglia e insiste nel respingere ogni accostamento alla criminalità organizzata.

Accanto alla difesa personale, però, c’è anche il ricordo di una vita calcistica piena di episodi e allenatori decisivi. Spalletti, Lippi e Conte tornano nel suo racconto, insieme alle partite più luminose e a qualche rimpianto rimasto aperto.


Il ricordo di Spalletti e delle stagioni migliori

Tra i tecnici che ha avuto, Iaquinta mette al primo posto Luciano Spalletti. Racconta che all’Udinese il gioco era spettacolare e che l’allenatore gli sembrava “10 anni avanti a tutti”. In campo, aggiunge, la coppia formata con Di Natale era quasi incontenibile.

Uno dei passaggi più vividi dell’intervista riguarda anche una sfida di forza negli spogliatoi: l’ex attaccante si definisce campione di braccio di ferro, ma dice che Spalletti lo batté in pochi secondi, lasciandogli una lezione memorabile. Poi rievoca l’esordio con tripletta contro il Panathinaikos e la partita con il Barcellona come tappe di una stagione da ricordare.


Lippi, Conte e il rimpianto degli infortuni

Iaquinta parla con grande riconoscenza anche di Marcello Lippi. Sostiene che il commissario tecnico lo stimasse già ai tempi della Juventus e ricorda di essere stato utilizzato in più ruoli, dall’esterno alla seconda punta fino al centravanti. Per lui, dice, Lippi fu un allenatore capace di compattare il gruppo e di portarlo al Mondiale in Sudafrica, anche se in condizioni fisiche non buone.

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Diverso il capitolo Antonio Conte. L’ex bianconero spiega che il tecnico avrebbe voluto tenerlo alla Juventus e che lo coinvolse nel ritiro, valutandone il recupero giorno dopo giorno. Poi arrivò l’ennesimo stop fisico e il ritorno in campo sfumò. Quel mancato lavoro con Conte, ammette, resta uno dei rimpianti più forti della sua carriera.


La difesa dalle accuse e il peso del

La parte più dura dell’intervista arriva quando Iaquinta affronta le accuse che hanno colpito la sua famiglia. Dice di sentirsi cambiato agli occhi degli altri: un tempo campione del mondo, oggi – racconta – finito dentro un’etichetta da cui fatica a liberarsi. Secondo lui, il peso del cognome ha finito per schiacciare tutto il resto.

Rivendica i suoi 15 anni ad alti livelli, la tripletta in Champions League e la vittoria del Mondiale, ma afferma che il suo nome viene ancora associato all’ndrangheta per un’accusa che considera ingiusta. Parla di un “accanimento” e sostiene che la famiglia stia pagando un prezzo enorme.

Sul padre Giuseppe, dice di voler combattere fino in fondo per dimostrarne l’innocenza. Nella sua ricostruzione, la condanna per la mancata custodia di due pistole e 126 proiettili non lo trasformerebbe in un criminale: spiega che le armi erano regolarmente dichiarate e che lo spostamento non sarebbe stato comunicato. Racconta anche di convivere da 10 anni con quello che definisce un incubo senza fine, pur dicendosi ancora fiducioso nella giustizia.

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