8.000Lettori online ora
Sport 3 min di lettura23 set

Groenlandia, il compromesso di Trump: due basi Usa e nuove strette su Russia e Cina

Firmato a New York un testo che amplia la presenza americana nell’isola artica e ribadisce sovranità danese, autodeterminazione groenlandese e limiti ai rivali esterni.

La firma a New York ha chiuso una partita che per mesi aveva agitato i rapporti tra Washington, Copenaghen e l’Artico. Alla fine Donald Trump ha portato a casa un risultato più limitato di quanto aveva evocato: non il controllo della Groenlandia, ma la possibilità di rafforzare la presenza militare statunitense con due siti in più e nuove restrizioni per Russia e Cina.

L’intesa, composta da 10 pagine e preparata dai diplomatici per mesi prima di essere presentata al presidente americano, è stata descritta dallo stesso Trump come un successo. Dietro l’enfasi, però, il testo appare come una revisione dell’accordo del 1951, già aggiornato nel 2004, che secondo molti esperti offriva già agli Stati Uniti gran parte di ciò che chiedevano.


Due basi in più, ma su siti già

Il punto più concreto riguarda le installazioni militari. Secondo il documento diffuso dal governo danese, Washington potrà intervenire su due aree: Nasarsuaq, nel sud dell’isola, e Mestersvig, nella parte orientale. Nel primo caso si parla dell’ex sede di American Blue West One, chiusa negli anni ’50; nel secondo, di una base oggi usata da un’unità danese con slitte trainate da cani.

Trump ha sostenuto che l’accordo consenta di realizzare due basi militari “molto importanti”, ma il testo indica più realisticamente un ampliamento di strutture preesistenti. Gli Stati Uniti avranno inoltre libero accesso ai collegamenti via aria, terra e mare tra i due siti e potranno istituire strutture per droni, anche se la decisione finale su costruzione e collocazione resterà a Copenaghen e Nuuk.

La presenza Usa sull’isola, del resto, non parte da zero. Oggi il perno è la Pituffik Space Base, attiva dal 1953 nel nord della Groenlandia, con circa 150 militari impegnati nel monitoraggio dei missili balistici. Durante la Guerra Fredda, però, l’impegno americano era molto più ampio: 25mila truppe e 17 basi.


Il nodo vero resta geopolitico

La parte più sensibile dell’intesa riguarda la sicurezza dell’area e il contenimento di attori esterni. Il nuovo testo vieta a Paesi non Nato di aprire basi, dispiegare soldati o avviare investimenti nei minerali critici e nel comparto minerario senza l’autorizzazione esplicita dei tre firmatari, cioè Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Qui sta la differenza politica più rilevante rispetto al vecchio patto. Per la prima volta anche Nuuk ha sottoscritto il documento, che ribadisce sia la sovranità danese sull’isola sia il diritto all’autodeterminazione dei groenlandesi, quindi anche la possibilità di scegliere l’indipendenza da Copenaghen.

Marco Rubio, che ha guidato i negoziati, ha sostenuto che l’accordo risolva in modo definitivo le preoccupazioni americane sulla sicurezza della Groenlandia. Trump, nei mesi scorsi, aveva dipinto lo scenario in toni molto più allarmistici, parlando di presenze russe e cinesi e arrivando a evocare l’idea di un controllo diretto dell’isola. Le valutazioni della Nato erano state però diverse: i diplomatici dell’Alleanza non avevano rilevato una presenza cinese significativa e non consideravano mutato in modo sostanziale il quadro russo nell’Artico.


I costi e il bilancio politico

Resta aperta anche la questione economica. Nel post con cui ha annunciato l’intesa, venerdì scorso, Trump ha assicurato che per gli Stati Uniti non ci saranno costi legati alla costruzione delle basi e all’espansione della presenza militare. Ma non è chiaro come questa affermazione si concili con l’eventuale installazione di nuovi sistemi di difesa aerea e radar sui siti indicati, investimenti che il Pentagono dovrebbe comunque sostenere.

Nel testo, inoltre, non compare alcun meccanismo di ripartizione delle spese tra i firmatari. Un dettaglio che lascia aperti diversi interrogativi, specie se i lavori dovessero essere più consistenti del previsto.

Sul piano politico, gli osservatori sembrano leggere l’intesa come un compromesso presentabile a tutti. Gregoire Roos, della Chatham House, ha osservato che il clamore generato dalla vicenda appare sproporzionato rispetto a ciò che l’accordo permette davvero, mentre Mikke Runge Olesen ha parlato di un prezzo alto pagato per modifiche relativamente modeste. Daniel Fried, ex ambasciatore americano in Polonia, ha invece sottolineato che la Casa Bianca può rivendicare una vittoria e, allo stesso tempo, arretrare da minacce che avevano danneggiato i rapporti con Danimarca ed Europa.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere