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Sport 3 min di lettura8 ore fa

Formula 1, Bernetti spiega il fisico da campione di Antonelli

Collo, frenate, calore e lucidità mentale sottopongono i piloti a carichi paragonabili a quelli di pochi altri atleti.

Andrea Kimi Antonelli ha conquistato il titolo mondiale di Formula 1, imponendosi per velocità, freddezza e talento. Il medico fisiatra Andrea Bernetti ha analizzato le sollecitazioni fisiche e mentali che rendono la guida di una monoposto una prova atletica estrema.

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La mente decide ad alta velocità

Secondo Bernetti, ordinario di Medicina fisica e riabilitativa all’Università del Salento e segretario generale della Società italiana di Medicina fisica e riabilitativa, la componente neurocognitiva separa spesso un pilota molto forte da un campione. A 330 chilometri orari, il tempo di risposta visuo-motoria può ridursi a 180-200 millisecondi, ma il controllo della vettura richiede soprattutto capacità di anticipazione.

Gli studi di risonanza magnetica funzionale condotti su piloti professionisti mostrano, nell’attività cerebrale dei migliori, un’attivazione più selettiva e ordinata. Questa efficienza consente di reagire con maggiore precisione e di percepire, attraverso i recettori della colonna vertebrale e quelli presenti nelle mani, una perdita di aderenza prima che sia evidente a occhio nudo.

Il tutto avviene con una frequenza cardiaca compresa fra 160 e 190 battiti al minuto. Il calore dell’abitacolo, inoltre, può portare alla perdita di circa tre litri di liquidi durante una gara.


Collo e gambe sotto pressione

Nelle frenate più violente e nelle curve ad alta velocità, i piloti possono arrivare a sopportare picchi di 5-6 G. Casco e dispositivo di protezione fanno apparire il peso della testa molto maggiore: con una sollecitazione laterale di 6 G, il carico sulla cervicale può superare i 40 chilogrammi.

I muscoli del collo devono quindi lavorare quasi continuamente per tutta la durata del gran premio, ripetendo centinaia di contrazioni. La stabilità cervicale non serve soltanto a limitare traumi e sovraccarichi: impedisce anche che il capo oscilli, mantenendo nitida la visione della traiettoria.

Anche la zona lombosacrale viene sottoposta a un impegno notevole. Il freno, privo di servofreno, può richiedere una pressione superiore ai 100 chilogrammi; la posizione del bacino, gli arti sollevati e le vibrazioni del telaio aumentano ulteriormente la fatica dei muscoli che sostengono la colonna.

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Come si allenano i piloti

La preparazione moderna non punta più soprattutto ad aumentare la massa muscolare. L’obiettivo è sviluppare resistenza specifica e capacità di prendere decisioni corrette quando il fisico è già sottoposto a uno sforzo intenso.

Gli atleti lavorano sul controllo del corpo usando pedane propriocettive e, nello stesso tempo, affrontano esercizi visivi su pannelli luminosi. Le prove possono svolgersi anche su un cicloergometro, così da combinare affaticamento metabolico e compiti cognitivi.

Bernetti ha spiegato che non basta costruire un collo molto forte: l’allenamento deve abituare il cervello a conservare le funzioni esecutive e la precisione anche in condizioni di forte stress.


Il confronto con i chirurghi

Il medico ha accostato, con le dovute differenze, il lavoro dei piloti a quello dei chirurghi. «In sala operatoria, durante lunghi interventi complessi, l’equipe medica vive una vera e propria tempesta biomeccanica e cognitiva», ha osservato Bernetti.

Le sollecitazioni, però, hanno caratteristiche opposte. Il pilota affronta carichi dinamici ed esplosivi, mentre il chirurgo mantiene spesso il collo inclinato in avanti per periodi prolungati, anche a causa di strumenti ottici e caschetti.

Le statistiche citate da Bernetti indicano che oltre il 70% dei chirurghi sviluppa disturbi muscolo-scheletrici legati al lavoro, soprattutto dolori cervicali persistenti. Lo studio delle sollecitazioni sportive può così offrire indicazioni per programmi di prevenzione e recupero applicabili anche in ambito sanitario.

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