Doumbia come Verratti? Il paragone di Prandelli scuote l’Italia
L’ex commissario tecnico applaude il coraggio mostrato con i giovani e indica nei talenti tecnici la strada per rilanciare il calcio azzurro.
Il caso Doumbia, accostato da Cesare Prandelli a quello di Marco Verratti, diventa per l’ex commissario tecnico il simbolo di un calcio ancora troppo condizionato dagli schemi. A suo giudizio, il talento dovrebbe venire prima dei moduli: il centrocampista dello Sporting può ricoprire più posizioni e merita una valutazione diversa da quella ricevuta finora.
Doumbia e il precedente Verratti
Prandelli considera limitante l’idea che un giocatore possa essere escluso da una squadra soltanto perché non rientra in un determinato sistema. Doumbia, sostiene, possiede caratteristiche per agire in mezzo al campo, sulla fascia o alle spalle delle punte. La sua duttilità, unita alla qualità tecnica, dovrebbe spingere i club a rivedere certi pregiudizi.
Il ricordo va a Verratti, convocato da Prandelli quando militava ancora in Serie B con il Pescara. In quell’occasione l’ex ct aveva lanciato una domanda rimasta senza risposta: «Qualche club italiano s'è accorto che abbiamo un talento?». Poco dopo il centrocampista sarebbe approdato al PSG. Per Prandelli, l’interesse dello Sporting verso Doumbia dovrebbe indurre il calcio italiano a interrogarsi sulle occasioni che rischia di perdere.
Kayode ha convinto tutti
Tra i giovani osservati da Prandelli, Kayode è quello che lo ha colpito maggiormente. L’ex ct ne sottolinea la combinazione di forza, rapidità, serenità nelle scelte e personalità nell’uno contro uno, oltre alla disponibilità ad attaccare e a cercare la conclusione.
Anche il modo di stare in campo ha attirato l’attenzione: i calzettoni abbassati, citati da Prandelli, restituiscono l’immagine di un ragazzo molto disinvolto. Secondo la sua lettura, molti conoscevano già le qualità del giocatore, ma Roberto Mancini è stato il primo ad assumersi la responsabilità di lanciarlo.
La svolta nata dal coraggio
Prandelli attribuisce a Mancini il merito di aver riconosciuto il potenziale della nuova generazione. Per anni, osserva, i giovani sono stati elogiati a parole senza trovare spazio nei club; in Nazionale, inoltre, il peso della mancata qualificazione ai Mondiali rendeva ancora più rischiose le scelte innovative.
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L’ex commissario tecnico vede comunque un cambiamento profondo nell’Italia. La sua convinzione è che il percorso non possa essere interrotto: servono meno rigidità tattiche, maggiore attenzione alla tecnica e la capacità di leggere le situazioni di gioco. Il talento, aggiunge, si sta manifestando soprattutto dalla metà campo in avanti, anche se il Paese non rappresenta più un modello indiscusso.
Gattuso paga una coincidenza
Nel confronto tra l’Italia di Mancini e quella guidata da Gennaro Gattuso, Prandelli invita a considerare anche il fattore fortuna. Gattuso, spiega, operava in una fase d’emergenza e aveva come priorità la qualificazione: non disponeva quindi del tempo necessario per sperimentare con continuità.
A pesare, secondo Prandelli, è stata anche la vicenda di Bastoni. Durante la gestione Gattuso il difensore era stato espulso, mentre con Mancini è riuscito persino ad andare a segno due volte. Un episodio che, nella lettura dell’ex ct, mostra quanto possano incidere le circostanze sulle valutazioni di un allenatore.
Il cambio di mentalità azzurro
La trasformazione dell’Italia è emersa con particolare evidenza nella partita contro il Belgio. Dopo una prima frazione giudicata da Prandelli molto negativa, la squadra ha cambiato atteggiamento nella ripresa: pressione più efficace, maggiore fiducia e disponibilità a rimediare insieme agli errori dei compagni.
Il Belgio, in quella fase, ha faticato a costruire la propria azione. Prandelli ritiene che Mancini abbia colto il valore di quella reazione e che abbia insistito sull’importanza della prima mezz’ora del secondo tempo. Alla base, secondo l’ex ct, ci sono la visione dell’allenatore e la scelta di trasmettere coraggio al gruppo.
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