3.000Lettori online ora
Sport 3 min di letturaieri

Diesel, l’ipotesi dello stop Usa scuote i mercati: il conto per l’Europa

La minaccia di fermare le esportazioni americane spinge il gasolio e riapre il problema di inflazione, tassi e debito sulle due sponde dell’Atlantico.

Il possibile blocco delle spedizioni statunitensi di diesel sta già producendo effetti sui mercati, ben oltre il settore energetico. Il gasolio europeo è aumentato rapidamente e la fiammata rischia di trasferirsi su inflazione, costo del denaro e debito pubblico proprio mentre la finanza internazionale mostra segnali di tensione.


Il diesel riaccende l’allarme sui tassi

A Londra, mercoledì mattina, i contratti future europei sul gasolio hanno guadagnato il 7%, arrivando a 1.528 dollari per tonnellata, una quotazione superiore ai 200 dollari al barile. Nel frattempo, il margine del diesel europeo rispetto al Brent ha superato i 95 dollari al barile: non accadeva dal 2011.

Il dato è seguito con attenzione dalle banche centrali perché il carburante incide direttamente sui prezzi di trasporti, produzione e beni di consumo. In Germania, il rendimento del Bund decennale era già vicino al 3,4% all’inizio di settembre, mentre negli Stati Uniti il decennale è salito giovedì al 5,13% e il quinquennale ha oltrepassato il 5%, livelli che non si vedevano dal 2007.


Washington valuta una stretta sulle esportazioni

Il punto di partenza è una dichiarazione pronunciata da Donald Trump martedì a New York, durante l’Assemblea generale dell’Onu. Il presidente ha prospettato lo stop alle vendite estere di diesel, provocando reazioni immediate: ad agosto l’Europa aveva acquistato dagli Stati Uniti 506mila barili al giorno, secondo Kpler.

Gli Usa rappresentano circa 1,5 milioni degli 8 milioni di barili di gasolio movimentati quotidianamente via mare, vale a dire approssimativamente un quinto del commercio mondiale. A complicare il quadro ci sono però messaggi non uniformi dall’amministrazione: il segretario all’Energia Chris Wright ha definito un divieto totale una soluzione eccessivamente drastica, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent ha confermato che si sta verificando la fattibilità di un provvedimento completo o limitato.

Secondo Politico, sul tavolo ci sarebbe anche l’ipotesi di sospendere le esportazioni per 90 giorni. L’incertezza ha pesato sui titoli delle società di raffinazione americane e ha alimentato la volatilità. Ad aprile la Casa Bianca aveva definito gli Stati Uniti “ancora di salvezza” per l’approvvigionamento energetico mondiale, nel pieno della crisi legata alla guerra con l’Iran.


Il rischio per raffinerie e consumatori

La spinta a ridurre le esportazioni nasce soprattutto dalla situazione interna. Negli Stati Uniti il diesel ha raggiunto il valore più elevato mai registrato, con un incremento del 77% rispetto a un anno prima. Gli agricoltori del Midwest hanno reagito con rabbia e il senatore repubblicano Chuck Grassley ha chiesto di fermare le vendite oltreconfine, ottenendo il sostegno di altri rappresentanti degli Stati agricoli.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

L’American Petroleum Institute, la principale lobby del comparto petrolifero, ha avvertito che una simile decisione potrebbe aggravare proprio la crisi della raffinazione che sta spingendo verso l’alto i prezzi americani. Le stime di S&P Global indicano una possibile riduzione della produzione Usa pari a quasi 2 milioni di barili quotidiani, il 12% del totale, con un aumento della benzina di 25 centesimi al gallone.

Gli analisti hanno descritto l’eventuale divieto come uno scenario “catastrofico” e alcuni hanno ipotizzato prezzi globali fino a 350 dollari al barile. L’Europa sarebbe costretta a contendersi con l’America Latina i carichi disponibili, facendo salire ulteriormente il costo dell’approvvigionamento.


Il diesel pesa su un debito fragile

Attribuire tutta la tensione finanziaria al carburante sarebbe però una semplificazione. I mercati obbligazionari erano sotto pressione già da mesi, spinti dalla crescita americana superiore alle attese e da un’inflazione ancora resistente. A ciò si aggiunge la concorrenza esercitata dai grandi gruppi tecnologici, che si stanno indebitando per costruire data center legati all’intelligenza artificiale e cercano di intercettare una parte dei risparmi disponibili.

In Europa, il caso più delicato è quello della Francia: durante l’estate il costo del suo debito ha superato quello italiano, sullo sfondo di una crisi politica e di conti pubblici deteriorati. La minaccia di ridurre l’offerta di diesel non ha creato queste fragilità, ma rischia di amplificarle nel momento più sfavorevole.

Per l’Italia, che ogni anno destina miliardi al pagamento degli interessi, un nuovo aumento dei rendimenti non sarebbe quindi un semplice effetto collaterale. Sarebbe un ulteriore onere finanziario, originato da una decisione valutata a Washington e legata alle esigenze politiche interne statunitensi.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere