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Sport 3 min di lettura5 giorni fa

Bocconi, il ponte dal carcere al lavoro passa da Nestlé e Nespresso

In dieci anni il progetto dell’ateneo ha coinvolto 33 detenuti: sei si sono già laureati e hanno trovato un impiego, mentre le imprese raccontano come si prepara l’ingresso in squadra.

L’ostacolo più difficile, per molti di questi percorsi, non è stato l’esame ma l’ingresso in azienda. Prima di assumere o avviare uno stage, alcune società hanno dovuto incontrare tutto il personale per spiegare perché una persona in esecuzione di pena potesse diventare un collega come gli altri.

È il passaggio che ha segnato il progetto carcere della Bocconi, arrivato al decimo anno. In totale gli iscritti sono stati 33: sei hanno già ottenuto la laurea in economia aziendale e management e lavorano, anche con contratti a tempo indeterminato; 17 sono ancora studenti, mentre 10 hanno interrotto il percorso, talvolta per il trasferimento in istituti fuori Milano.


Dal tabù al primo contratto

Nelle aziende coinvolte, la fase più delicata è spesso quella che precede l’arrivo del nuovo assunto. Una volta chiarito il contesto, raccontano i responsabili, il tema della detenzione smette di essere un elemento divisivo e resta la persona, con le competenze che porta con sé.

Tra i casi citati ci sono Nespresso, Redion del gruppo Generali e Nestlé. La Bocconi, secondo Marta Cartabia, prorettrice all’Impegno sociale e agli affari istituzionali, offre un sostegno che non si ferma al titolo di studio: l’ateneo, ha spiegato, accompagna gli studenti detenuti fino al primo lavoro, e non soltanto fino alla laurea.


Come si studia dietro le sbarre

L’accesso al progetto non è automatico. Anche i detenuti devono superare un test di ammissione e, per chi lo passa, è prevista una borsa di studio. Le lezioni seguono un formato diverso da quello tradizionale: libri e videoregistrazioni sostituiscono la presenza in aula, perché non c’è accesso al web e la frequenza in università non è possibile.

Gli esami si tengono negli istituti di Opera o Bollate, dove i docenti si recano per le prove. Mattia, oggi dipendente di Nespresso dopo uno stage in Nestlé, ha raccontato di aver inizialmente sospettato un trattamento di favore; poi, dopo aver ripetuto cinque volte Storia economica, ha capito che non era così.

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Le imprese che hanno deciso di provarci

Nespresso oggi conta quattro dipendenti con un passato in carcere: sono coffee specialist e addetti alle vendite, impiegati a Roma, Genova e Milano. Simona Liguoro, responsabile risorse umane, ha spiegato che prima dell’inserimento si lavora con i team per superare le resistenze e far conoscere un mondo che molti ignorano.

L’azienda, ha aggiunto, punta prima su stage retribuiti e poi, se il profilo funziona, sulle assunzioni. Negli ultimi cinque anni i lavoratori accolti sono stati una decina, arrivati non solo tramite Bocconi ma anche attraverso Seconda Chance e grazie ad accordi specifici, in particolare con il penitenziario di Monza.

Anche Nestlé ha legato il tema dell’inclusione al reinserimento. Giacomo Piantoni, responsabile risorse umane del gruppo, ha sottolineato che chi ha affrontato un percorso difficile spesso sviluppa capacità di adattamento, resilienza e determinazione che possono rafforzare i team.

Tra i problemi pratici, però, restano gli incastri organizzativi. Le aziende citano la difficoltà di costruire i turni, coordinarsi con l’amministrazione penitenziaria e fare i conti con margini di imprevedibilità che rendono più complessa ogni assunzione.

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