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Spettacolo 4 min di lettura4 ore fa

Timi interpreta Gino Cecchettin: la forza di dire «Insegnami»

Nel film di Paola Randi l’attore affronta il dolore della famiglia Cecchettin e riflette su patriarcato, responsabilità maschile e dialogo tra genitori e figli.

Il ruolo di Gino Cecchettin ha spinto Filippo Timi a misurarsi con un dolore impossibile da rappresentare senza pudore. In Se domani non torno, diretto da Paola Randi, l’attore interpreta il padre di Giulia, trasformato dopo la tragedia in una voce impegnata contro la violenza sulle donne.

Il film sarà presentato alla Festa di Roma e arriverà nelle sale il 5 novembre con Notorious. Per Timi, l’incontro con questa storia non è stato soltanto un passaggio professionale: lo ha portato a ripensare alla propria educazione, ai vantaggi riservati agli uomini e alla necessità di reagire all’ingiustizia senza produrre altra violenza.

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Un dolore che chiede ascolto

Timi ha raccontato di aver seguito solo marginalmente le prime notizie sulla scomparsa di Giulia e Filippo Cecchettin. In quel periodo stava attraversando una fase personale difficile e non sentiva il bisogno di inseguire ogni dettaglio della vicenda. Il vero confronto è arrivato con la sceneggiatura, letta con la cautela di chi temeva che il cinema potesse appropriarsi troppo presto di una tragedia reale.

La commozione è arrivata già nelle prime pagine, davanti al modo scelto da Gino per affrontare la perdita. Secondo l’attore, il padre non ha risposto all’ingiustizia con la vendetta, ma con la cura, la costruzione e la disponibilità verso gli altri. Tra i passaggi che lo hanno colpito di più c’è quello in cui Gino si rivolge alla figlia e le dice: «Insegnami». Timi lo considera un gesto di grande forza, perché mostra un genitore disposto a riconoscere di non avere tutte le risposte.


La dolcezza può essere politica

Per l’interprete, la storia di Gino dimostra che la sofferenza può diventare un impegno pubblico senza trasformarsi in spettacolo o in una richiesta di assoluzione. Il film, spiega, non si limita a denunciare gli omicidi di donne da parte di uomini che sostengono di amarle: prova anche a indicare una risposta diversa, fondata sulla responsabilità e sulla capacità di costruire relazioni non autoritarie.

Timi definisce l’opera necessaria perché il tema continua a riguardare la vita quotidiana e non un universo eccezionale popolato da figure mostruose. La violenza nasce anche in contesti ordinari, dentro sistemi di relazioni riconoscibili. Per questo l’attore considera il patriarcato una struttura creata dagli uomini e, proprio per tale ragione, modificabile. La consapevolezza, aggiunge, passa anche dall’esame dei piccoli privilegi considerati normali fin dall’infanzia.

L’attore ha ricordato di essere cresciuto in una famiglia con una forte presenza femminile, ma di aver comunque beneficiato di abitudini che affidavano alle donne il lavoro domestico. L’esperienza del film gli ha fatto scoprire anche quanto certe regole sociali siano incorporate nella medicina e nella progettazione degli oggetti, spesso costruite assumendo l’uomo come riferimento. Riconoscere questi meccanismi, sostiene, è soltanto l’inizio, ma resta un passaggio indispensabile.

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Il set davanti alla tomba reale

Tra i momenti più complessi delle riprese c’è stata la scena ambientata al cimitero, quando Gino racconta alla moglie ciò che è accaduto alla figlia. La sequenza è stata girata davanti alla vera tomba della donna e questa coincidenza ha reso il confine tra interpretazione e realtà particolarmente difficile da sostenere.

Timi voleva restituire soprattutto la sensibilità di Gino. Ha descritto il personaggio come un’occasione rara per mostrare una forma di tenerezza maschile lontana dall’autorità e dal controllo. «La delicatezza», ha spiegato, è stata la qualità che più desiderava portare sullo schermo e che ha percepito come un dono non solo per il suo lavoro, ma anche sul piano umano.

L’attore ha scelto di non interrogare direttamente Gino sulla tragedia. Per rispetto, durante l’incontro ha preferito parlare di musica, arte e teatro, evitando di chiedere dettagli sul lutto. Anche i filmati del passato rintracciati in rete gli sono sembrati difficili da guardare: di fronte a quelle immagini ha sentito il bisogno di abbassare lo sguardo.


Genitori e figli senza gerarchie

La vicenda di Giulia, secondo Timi, ha segnato una frattura nel modo di leggere i femminicidi. Non si tratta di eventi estranei alla società, ma di esiti che possono maturare dentro ambienti comuni e attraverso una lunga serie di comportamenti tollerati. In questo quadro, il coraggio di Elena e la sua capacità di nominare la violenza hanno contribuito a rendere più evidente la responsabilità collettiva.

La stessa responsabilità riguarda il rapporto tra adulti e ragazzi. Timi guarda con rispetto alle nuove mobilitazioni giovanili, nate per contrastare l’indifferenza, l’egoismo e le disuguaglianze. A suo avviso, i genitori non dovrebbero reagire con scandalo alle proteste, ma cercare un confronto autentico e imparare a rivolgersi ai figli come persone adulte, non soltanto come destinatari di ordini.

L’attore ammette che le manifestazioni perdono forza quando sfociano nella violenza, perché in quel momento le ragioni della protesta finiscono in secondo piano. Allo stesso tempo invita a distinguere i gruppi responsabili di episodi violenti dalla maggioranza di chi scende in strada per chiedere un cambiamento. La protesta, conclude, nasce spesso da una condizione di esasperazione e non può essere ignorata.

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