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Spettacolo 2 min di lettura1 ora fa

Digger, il kolossal del petrolio si perde tra ghiaccio e ambizioni

La nuova opera di Alejandro González Iñárritu punta alla catastrofe globale, ma secondo Alberto Crespi trasforma l’ambizione in una storia complicata e dall’estetica artificiale.

Un’esplosione in Groenlandia mette in moto una catastrofe di dimensioni continentali: un gigantesco iceberg si stacca e prende la direzione della Norvegia, minacciando l’intera Europa. È questo il punto di partenza di “Digger”, il film di Alejandro González Iñárritu esaminato da Alberto Crespi, un’opera imponente che sembra però smarrirsi proprio nella sua smisurata ambizione.


Un disastro grande quanto l’Europa

Al centro della storia c’è Digger Rockwell, un megapetroliere le cui trivelle arrivano a estrarre milioni di barili di greggio ogni giorno. L’incidente avvenuto nei suoi impianti della Groenlandia provoca il distacco del blocco di ghiaccio e trasforma un problema industriale in una minaccia per tutto il continente.

La traiettoria dell’iceberg verso le coste norvegesi dovrebbe sostenere la tensione del racconto. Tuttavia, l’idea narrativa viene descritta come troppo elaborata: il film punta su una premessa enorme e spettacolare, senza riuscire a renderla altrettanto efficace sul piano della costruzione drammatica.


L’ambizione non basta

“Digger” si presenta come una produzione di grande scala e dai costi elevatissimi. La ricerca dell’impatto visivo accompagna ogni elemento della vicenda, ma secondo la recensione di Crespi questa scelta finisce per accentuare le debolezze del progetto invece di nasconderle.

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Anche l’aspetto estetico suscita perplessità. Le immagini del film ricordano, nell’analisi del critico, i filmati diffusi sui social e realizzati con l’intelligenza artificiale: una somiglianza che rende ancora più incerto il rapporto tra spettacolo, tecnologia e credibilità visiva.


Un potere caricaturale

A complicare ulteriormente la situazione c’è il socio d’affari di Rockwell, un presidente degli Stati Uniti rappresentato come narcisista, ottuso e profondamente cattolico. Il personaggio entra così nella crisi non soltanto come figura istituzionale, ma anche come parte della satira che circonda il disastro.

Dal materiale disponibile emerge quindi un film costruito su contrasti estremi: petrolio e ghiaccio, industria e catastrofe, potere politico e vanità personale. L’operazione conserva una notevole ambizione, ma la recensione di Alberto Crespi ne sottolinea l’esito paradossale: una promessa di grande cinema che rischia di trasformarsi in farsa.

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