Ali Asgari e la vita che resiste: il film nato sotto le bombe
Il regista iraniano racconta la fuga in Turchia, la censura e le piccole speranze al centro di Un po’ di luce, ora nelle sale italiane
Un uomo ha scelto di togliersi la vita, ma prima vuole rivedere le persone più importanti per lui. Nel suo attraversamento di Teheran, però, incontra una quotidianità che non si arrende: una madre che cucina, una famiglia pronta ad accoglierlo, piante ovunque e gesti semplici capaci di riportarlo verso il mondo. È da questo contrasto che nasce Un po’ di luce, il nuovo film di Ali Asgari, distribuito in Italia da Teodora Film.
Il regista lo ha realizzato mentre l’Iran viveva tra il timore degli attacchi e l’inizio della guerra. Le riprese, cominciate nel Paese, sono proseguite in Turchia dopo che un bombardamento ha colpito una zona vicina al set. «Non volevo raccontare una grande speranza, ma un po’ di luce che ci permetta di fare un passo avanti», ha spiegato Asgari.
La guerra è entrata nella sceneggiatura
Nel film i personaggi discutono spesso degli attacchi annunciati da Trump e di un conflitto che sembra ormai inevitabile. Asgari ha raccontato che gran parte di quei dialoghi nasce dall’atmosfera realmente vissuta in Iran, tra la tragedia di gennaio e la successiva guerra con gli Stati Uniti: la popolazione era spaventata, ma allo stesso tempo aspettava di capire quando sarebbe arrivato il momento peggiore.
Anche il personaggio del portiere deriva da un’esperienza personale. L’uomo trascorreva le giornate davanti a un piccolo televisore, seguiva canali non iraniani e avvertiva il regista dell’arrivo di Trump e delle navi. Alcune informazioni erano inesatte, ma quando la guerra è cominciata il portiere lo ha richiamato per ricordargli di averlo previsto.
La lavorazione è diventata presto un problema concreto. Dopo pochi giorni dall’inizio delle riprese, la troupe ha deciso di andare avanti nonostante i bombardamenti, fino a quando un’esplosione avvenuta a circa cento metri dal gruppo ha fatto saltare le finestre e tremare l’edificio per cinque minuti. Le scene all’aperto erano già state completate: Asgari ha così raccolto la squadra, caricato il materiale su due automobili e raggiunto la Turchia, dove sono stati girati molti degli interni. «È stata un’odissea», ha ricordato.
La quotidianità resta una scelta politica
Secondo il regista, in Iran ogni gesto può assumere un significato politico. Usare Internet, prendere un taxi o girare un film viene letto attraverso il rapporto con il potere, anche quando l’autore non parte da un’intenzione politica. Asgari sostiene invece di voler raccontare soprattutto l’esistenza ordinaria degli iraniani, una parte del Paese raramente mostrata all’estero.
Nel suo punto di vista rientrano attività comuni come fare yoga, andare a teatro e trascorrere tempo con la famiglia. La società iraniana, ha osservato, cambia rapidamente e anche il cinema si sta trasformando insieme a essa. Un esempio riguarda la rappresentazione delle donne senza velo negli spazi domestici: sempre più registi scelgono di mostrarle così perché questa è la realtà, benché il regime non abbia modificato in modo sostanziale il proprio atteggiamento e continui a esercitare controlli soprattutto sul cinema indipendente e clandestino.
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La stessa attenzione alla vita concreta attraversa il personaggio di Arash, che tenta di allontanarsi da tutto mentre il mondo continua a circondarlo. Le piante, presenti in molte scene e persino nell’automobile, diventano il segno di una vitalità impossibile da eliminare del tutto. Per Asgari, l’esposizione quotidiana alle notizie più drammatiche rischia di far dimenticare ciò che dà valore all’esistenza: la famiglia, l’aiuto agli altri e le piccole azioni di ogni giorno.
La madre come ultimo rifugio
Il rapporto tra Arash e sua madre rappresenta una delle fratture nella chiusura del protagonista. L’idea, ha spiegato Asgari, nasce da un episodio vissuto durante i bombardamenti di giugno. Mentre stava male e abitava in una zona particolarmente esposta, ricevette una telefonata dalla madre, che lo invitò a raggiungerla per mangiare insieme.
Il viaggio durò quarantacinque minuti. Quando arrivò, lei era uscita a comprare il pane, ma aveva già preparato il cibo e il tè. Fuori si sentivano gli aerei e le esplosioni; dentro casa, invece, madre e figlio si misero a tavola. «Nonostante tutti questi disastri, c’è ancora la vita», ha detto il regista, spiegando che la famiglia resta per lui il luogo a cui tornare quando tutto il resto viene meno.
Anche la produzione del film ha seguito una logica essenziale. Il budget è rimasto contenuto e diversi produttori hanno contribuito con risorse limitate, senza il sostegno delle grandi fondazioni. Asgari difende inoltre la durata di Un po’ di luce, inferiore all’ora e mezza: a suo giudizio, un film dovrebbe durare quanto serve alla storia, senza allungarsi fino a tre o quattro ore in assenza di una reale necessità narrativa.
Per questo il titolo non promette una svolta definitiva. Il regista non cerca una speranza assoluta, ma una quantità minima di luce sufficiente a compiere un primo passo e, forse, quello successivo. In un Iran segnato dalla paura e dalla guerra, la possibilità di resistere passa dunque attraverso obiettivi più piccoli: un pasto condiviso, una telefonata, una casa in cui rientrare.
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