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Salute 3 min di lettura23 set

Stress cronico, il cuore paga il conto: infiammazione e infarto

Lo stress non colpisce soltanto la mente: secondo una nuova ricerca, può lasciare una traccia misurabile sul cuore e accompagnarsi a un aumento del rischio di infarto e ictus.

I ricercatori parlano di un’infiammazione persistente, spesso collegata anche a condizioni economiche e sociali difficili, capace di agire prima che compaiano segnali evidenti di malattia.


Il legame con il cuore è più stretto

A spiegare il quadro, in una nota, è anche Declan O’Regan, che sottolinea come molte persone possano essere esposte a questo tipo di rischio senza rendersene conto. Il punto, secondo il professore dell’Imperial College di Londra, è che fattori come ambiente, reddito, salute familiare e abitudini quotidiane pesano sulla probabilità di sviluppare infiammazione cronica.

Lo studio, descritto come il più ampio nel suo genere, indica che milioni di individui potrebbero convivere con una condizione silenziosa ma continua, capace di modificare lentamente la struttura cardiaca. Gli autori parlano di danni a lungo termine che, nel tempo, possono tradursi in un rischio più elevato di eventi cardiovascolari.


I numeri dello studio britannico

La ricerca è stata condotta nel Regno Unito da team dell’MRC Laboratory of Medical Sciences e dell’Imperial College di Londra, con pubblicazione sull’European Journal of Preventive Cardiology. Il lavoro ha utilizzato i dati della UK Biobank, coinvolgendo quasi 480.000 adulti britannici.

Gli scienziati hanno incrociato analisi del sangue, immagini del cuore e informazioni genetiche. Dal confronto è emerso che le persone collocate nel quinto superiore dei valori infiammatori avevano un rischio di infarto e ictus maggiore del 43% rispetto a chi si trovava nel quinto inferiore.


Alterazioni già prima dei sintomi

Oltre al dato sugli eventi vascolari, l’indagine ha trovato cambiamenti nella struttura cardiaca in presenza di infiammazione più marcata. Tra questi compaiono l’ispessimento delle pareti del cuore, la riduzione delle dimensioni delle camere e un riempimento meno efficace, elementi che possono favorire l’insufficienza cardiaca.

Gli stessi livelli di infiammazione risultavano collegati anche a svantaggio socioeconomico, disagio psicologico, fumo e eccesso di grasso corporeo. Per gli autori, questa è una delle possibili vie attraverso cui le tensioni della vita quotidiana — inclusa la povertà e il malessere mentale — si trasformano in un danno biologico per il sistema cardiovascolare.

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Le proteine e le possibili terapie future

Sul piano biologico, i ricercatori hanno indicato come probabili protagoniste alcune proteine infiammatorie delle famiglie dell’interleuchina-1 e del TNF. Alcune di queste sono già oggetto di studio come bersagli di trattamenti mirati, un elemento che apre alla possibilità di intervenire prima della comparsa dei sintomi.

La stessa analisi suggerisce anche un uso combinato di esami del sangue sull’infiammazione e punteggi genetici di rischio per individuare con più precisione chi potrebbe trarre vantaggio da un intervento precoce.


Lo stress resta un fattore da non sottovalutare

Hans Selye, che studiò a lungo il rapporto tra stress e apparato cardiocircolatorio, aveva già descritto il ruolo degli ormoni corticosurrenalici e delle catecolamine, indicando cortisolo, adrenalina e noradrenalina come elementi capaci di pesare sulla salute del cuore. Oggi, questa ipotesi trova nuovi riscontri nel lavoro britannico.

Stefano Carugo ricorda che lo stress è un fattore di rischio cardiovascolare indipendente spesso trascurato. In una nota spiega che la vita frenetica e le preoccupazioni quotidiane mettono sotto pressione il cuore e invita a controllare i parametri, ritagliarsi tempo per sé e non affidarsi solo alle “goccine ansiolitiche”, ma anche a uno stile di vita sano.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

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