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Salute 4 min di lettura1 ora fa

Social e videogiochi, la famiglia non può reggere tutto il peso

La prevenzione delle dipendenze digitali richiede responsabilità genitoriale, valutazioni cliniche e attenzione alle scelte delle piattaforme.

Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e docente universitario, da oltre vent’anni studia adolescenza, relazioni, benessere psicologico e conseguenze delle tecnologie nella vita quotidiana. È inoltre il fondatore dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo (Di.Te.).

Dalla sua esperienza nasce, nel ruolo di presidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche, la richiesta di una conferenza di consenso rivolta al Consiglio nazionale e agli altri Ordini territoriali. L’obiettivo è coinvolgere società scientifiche, università e professionisti dei servizi per costruire criteri comuni su prevenzione, valutazione e presa in carico.

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Ai genitori serve una risposta concreta

La Società italiana di pediatria ha già messo a punto indicazioni sul rapporto con il digitale destinate sia agli operatori sia alle famiglie. Anche la psicologia, secondo Lavenia, dovrebbe adottare un impegno altrettanto operativo quando affronta il tema nello spazio pubblico.

Tra chi ascolta questi interventi ci sono madri e padri che stanno cercando di capire se sia arrivato il momento di chiedere aiuto. Spiegare che il fenomeno è articolato e che una diagnosi richiede un esame accurato può orientarli; negare l’esistenza del problema e ricondurlo poi alle loro colpe rischia invece di allontanarli dai servizi.


Il disagio non spiega ogni cosa

Il dibattito sulle dipendenze digitali tende talvolta a concentrarsi esclusivamente sulle dinamiche familiari. In questa lettura, il comportamento del ragazzo deriverebbe soprattutto dall’assenza degli adulti, da carenze educative o da una relazione genitoriale non riuscita.

Le responsabilità delle famiglie non sono assenti: spesso i dispositivi vengono consegnati troppo presto e finiscono per occupare spazi che avrebbero richiesto attenzione e presenza. Tuttavia, attribuire tutto ai genitori significa trascurare il funzionamento dei prodotti tecnologici messi a disposizione dei minori, una semplificazione che può risultare utile alle aziende.


Uso intenso e disturbo non coincidono

Un adolescente può cercare nei videogiochi o nei social una pausa da una sofferenza già presente. Se l’utilizzo diventa incontrollato, però, può contribuire a peggiorare la situazione: comprendere il disagio iniziale resta importante, ma non basta automaticamente a spiegare gli sviluppi successivi.

L’Organizzazione mondiale della sanità inserisce il disturbo da videogiochi nell’ICD-11. Per i social network, invece, l’eventuale riconoscimento di una diagnosi indipendente è ancora oggetto di confronto. In ogni caso, il numero di ore trascorse connessi non è sufficiente, da solo, per definire una dipendenza.


I segnali da approfondire

Un lavoro pubblicato nel 2025 su JAMA ha seguito 4.285 giovani statunitensi. La ricerca ha rilevato che tra coloro che presentavano livelli elevati o in crescita di uso dei social associato a caratteristiche di dipendenza il rischio di comportamenti suicidari risultava più che doppio rispetto al gruppo con livelli bassi.

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Il risultato non dimostra che i social siano la causa di quei comportamenti. Richiama però l’attenzione su elementi specifici: l’incapacità di fermarsi, l’accesso compulsivo e il malessere quando la connessione non è possibile. La semplice quantità totale di tempo davanti agli schermi, rilevata all’inizio dell’indagine, non mostrava la medesima associazione.


Anche il design delle piattaforme conta

Per chi lavora nella salute mentale, questi dati rappresentano un motivo per esaminare più a fondo il fenomeno, anche mentre resta aperta la discussione sulle definizioni diagnostiche. L’American Psychological Association ha segnalato il possibile peso dello scorrimento senza fine e delle notifiche su ragazzi che stanno ancora sviluppando la capacità di governare gli impulsi.

Educare all’uso consapevole dei dispositivi rientra tra i compiti dei genitori, ma non è realistico chiedere loro di neutralizzare ogni scelta progettuale delle piattaforme. Nel febbraio 2026 la Commissione europea ha mosso a TikTok una contestazione preliminare: secondo l’istituzione, alcuni aspetti del design possono favorire un uso compulsivo e le misure di controllo parentale esaminate non sarebbero sufficienti.


Le regole oltre la famiglia

Negli Stati Uniti, l’intesa con Meta annunciata ad agosto e subordinata all’approvazione del tribunale contempla limiti di utilizzo e restrizioni alle notifiche per i minori. In Australia, invece, alle piattaforme coinvolte viene richiesto di impedire agli under 16 l’apertura o la conservazione di un account.

L’efficacia di queste misure dovrà essere verificata e le scelte possono essere discusse. Il loro elemento comune è però chiaro: la tutela dei ragazzi non può dipendere soltanto dalla capacità delle famiglie di controllare ogni comportamento. In Italia, il tema è stato affrontato anche durante la Conferenza nazionale sulle dipendenze del 7 e 8 novembre 2025.


Servono criteri condivisi

Lavenia ha presieduto il tavolo tecnico-scientifico sulle dipendenze digitali inserito nel percorso promosso dal Dipartimento delle politiche contro la droga e le altre dipendenze. Il lavoro ha riguardato sia la prevenzione sia la presa in carico delle persone coinvolte.

La conferenza di consenso proposta dovrebbe servire a distinguere l’uso intenso da quello problematico e dal disturbo vero e proprio. Dovrebbe inoltre aiutare a esaminare le condizioni psicologiche collegate e a scegliere gli interventi in base alle prove disponibili, rendendo espliciti anche i limiti delle conoscenze attuali.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

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