Senza glutine, mercato da 400 milioni: chi lo compra davvero
La domanda di prodotti gluten free cresce, ma il loro valore nutrizionale e la loro necessità cambiano in base alla diagnosi.
Sostituire gli alimenti tradizionali con prodotti gluten free, in assenza di una precisa indicazione sanitaria, non ha dimostrato di offrire un vantaggio generale alle persone sane. Una scelta sistematica di prodotti confezionati può invece incidere sulla qualità complessiva dell’alimentazione, soprattutto quando si privilegiano formulazioni molto lavorate.
La dicitura non basta a definire la salute
Il fenomeno va inserito nel più ampio successo dei prodotti “free from”, dagli alimenti privi di lattosio a quelli senza zuccheri aggiunti o conservanti. Una singola esclusione riportata in etichetta, però, non permette di stabilire da sola quanto sia equilibrato un alimento.
Anche un prodotto privo di glutine può contenere zuccheri, grassi, sale o sostanze impiegate per migliorarne consistenza, sapore e durata. Per verificare una possibile celiachia, l’Associazione Italiana Celiachia indica “la ricerca sierologica e la biopsia della mucosa duodenale in corso di duodenoscopia”: la diagnosi passa dunque dagli esami del sangue specifici e dalla biopsia dell’intestino interessato.
Un comparto pronto a quadruplicare
Il giro d’affari italiano degli alimenti senza glutine si aggira intorno ai 400 milioni di euro. Le previsioni delle associazioni del settore indicano tuttavia una possibile crescita fino a circa 1,6 miliardi entro il 2030, mentre nel 2024 gli acquisti avrebbero raggiunto circa 48 milioni di chili.
Questi numeri risultano molto più ampi rispetto alla platea delle persone con diagnosi ufficiale: sono poco più di 250mila, mentre secondo Aic potrebbero arrivare a 600mila considerando i casi stimabili. La differenza alimenta il mercato dei consumatori che scelgono questi prodotti per convinzione personale, tendenza o per l’idea che rappresentino una soluzione più salutare.
Prezzi e percezioni sotto esame
L’etichetta “senza glutine” viene talvolta associata a leggerezza e maggiore digeribilità, ma questa equivalenza non è automatica. Il criterio decisivo resta l’insieme degli ingredienti e della composizione nutrizionale, non soltanto l’assenza di una specifica proteina.
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Anche il costo può cambiare sensibilmente. Le rilevazioni citate da Federconsumatori segnalano, per esempio, un prezzo di circa 3,80 euro al chilo per il pane in cassetta tradizionale contro circa 5,95 euro per quello gluten free: oltre il 50% in più. Differenze rilevanti possono emergere anche tra supermercati, farmacie e punti vendita specializzati.
Per chi non ha celiachia o altre condizioni che richiedono l’esclusione del glutine, non esiste una ragione generale per adottare un’alimentazione completamente gluten free. Il successo di questi prodotti può quindi riflettere più la percezione del consumatore che un’esigenza nutrizionale documentata.
La situazione è diversa per le persone celiache. In questi casi l’eliminazione del glutine costituisce il trattamento necessario e non una preferenza alimentare; di conseguenza, l’aumento dei prezzi pesa su chi deve acquistare quotidianamente prodotti alternativi e non può semplicemente tornare alle versioni comuni.
ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.
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