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Salute 3 min di lettura5 giorni fa

Sanremo e l’IA: il vero problema non è vietarla, ma smascherarla

A Sanremo la sfida non è solo scrivere una regola sull’intelligenza artificiale: è capire come farla rispettare.

Il nuovo regolamento dell’edizione 2027 consente l’uso di sistemi digitali, ma solo se non finiscono per sostituire o snaturare il lavoro di autori e artisti.

Dietro questa distinzione, però, si apre un problema pratico enorme: una canzone non porta addosso un’etichetta che ne sveli l’origine. E quando il confine tra lavoro umano e generazione automatica si fa sottile, i controlli diventano molto più complessi.


La firma dell’AI dentro i brani

Secondo Aurelien Herault, Chief Innovations Officer di Deezer, i casi più netti sono quelli creati interamente da un software. In queste situazioni, ha spiegato all’Adnkronos, i sistemi di rilevazione arrivano a livelli di precisione molto alti: quando un brano nasce da un prompt su piattaforme come Suno, l’identificazione può toccare il 99,8% e, in alcuni casi, persino indicare quale versione sia stata usata.

Il meccanismo si basa sulla ricerca di piccoli difetti tecnici, gli “artefatti”, che restano nel file audio e non sono percepibili all’ascolto. Proprio perché cambiano da modello a modello, questi segnali possono perfino aiutare a risalire al tipo di strumento generativo impiegato.


Quando il brano è ibrido tutto cambia

Il quadro si complica se l’AI interviene solo in una fase della lavorazione. Se un software inventa una melodia e poi un musicista la riscrive per un’orchestra, nel master finale le tracce del programma possono sparire. Lo stesso vale per un testo prodotto da ChatGPT e poi interpretato da un cantante in studio.

Herault ha ammesso che, in presenza di opere miste, le certezze si affievoliscono rapidamente. Per Deezer si tratta oggi di un terreno ancora aperto, senza conclusioni definitive. Ed è proprio questo il punto più delicato per l’Ariston: stabilire che l’AI sia presente in un file finito è una cosa, dimostrare che abbia partecipato alla creazione iniziale è un’altra.

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Watermark e provenienza del file

Un altro strumento a disposizione è il watermarking, cioè l’inserimento di una firma invisibile all’interno dell’audio. Google DeepMind ha sviluppato SynthID, un segnale digitale che resta nel suono anche dopo tagli e ritocchi. È una logica diversa da quella dell’analisi forense: in un caso si cercano tracce involontarie, nell’altro una marcatura voluta fin dall’inizio.

Ma anche questo metodo ha un limite evidente. Se chi sviluppa il software decide di non usarlo, oppure se un programma open source viene modificato per non lasciare segni, il sistema perde efficacia. Per questo il settore guarda sempre di più alla provenance, cioè alla ricostruzione della storia digitale del brano attraverso standard come il C2PA, una sorta di carta d’identità del file.


I numeri e il nodo per i festival

Deezer segnala che nei giorni di picco le tracce generate dall’intelligenza artificiale superano già il 50% delle consegne giornaliere sulla piattaforma. Eppure l’ascolto reale resta limitato: la musica interamente sintetica vale tra l’1% e il 3% degli stream totali, mentre circa l’85% di questi ascolti è considerato fraudolento, quindi prodotto da bot. Solo lo 0,5% arriva da utenti umani.

La piattaforma ha già scelto di etichettare questi contenuti e di escluderli dalle playlist algoritmiche ed editoriali. Nel frattempo, Herault sostiene che l’AI non cancellerà i musicisti, anche se sarà sempre più presente nel processo creativo. Il punto, per Sanremo e non solo, resta aperto: quanta macchina può entrare in un’opera senza farle perdere la sua natura umana?

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