2.000Lettori online ora
Salute 3 min di lettura28 set

Quasi 30 anni con un cuore donato: la rinascita di Elisabetta

Dal primo arresto cardiaco al trapianto riuscito al terzo tentativo: oggi Licordari lavora, viaggia e sostiene il valore della donazione

Una terapia quotidiana e controlli costanti accompagnano Elisabetta Licordari da quasi 30 anni, ma il trapianto non le ha impedito di costruire una vita piena. Oggi è docente, moglie e madre, viaggia, dipinge e coltiva la passione per la musica. «Prendo l’antirigetto, un farmaco che dovrò assumere per tutta la vita, e un’aspirina per mantenere il sangue più fluido», racconta.


Una vita ricostruita grazie alla donazione

Per Licordari, vicepresidente dell'Associazione Cardio trapiantati Italiani sezione Roma Aps, la propria esperienza rappresenta anche un invito a credere nel Servizio sanitario nazionale e nella rete dei trapianti. Sottolinea che in Italia l’intervento è gratuito, mentre negli Stati Uniti alcune persone che conosce hanno dovuto rinunciarvi per ragioni economiche.

Alla vigilia della Giornata mondiale del cuore, in programma il 29 settembre, la docente richiama inoltre l’importanza della sensibilizzazione. A suo avviso, scegliere di donare può offrire ad altre persone la possibilità di tornare a vivere.


Il cuore malato già a 26 anni

La malattia si manifestò quando Elisabetta aveva 26 anni. Studiava e giocava a basket, ma cominciò ad avere affanno e stanchezza; gli accertamenti portarono alla diagnosi di cardiomiopatia dilatativa, una condizione associata all’ingrossamento del cuore e a possibili aritmie, fino all’arresto cardiaco. In quegli anni, spiega, in Italia la patologia era ancora poco conosciuta.

I primi esami furono eseguiti all'ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina. Successivamente venne indirizzata a Trieste, dove esistevano strutture considerate all’avanguardia per quel tipo di problema, e per dieci anni fu seguita all’ospedale Maggiore con visite ogni sei-dodici mesi.


L’arresto e la corsa verso il trapianto

Nel dicembre del 1995 arrivò il primo arresto cardiaco. Elisabetta stava per recarsi all’esame di abilitazione all’insegnamento e si trovava nel garage per prendere l’auto. A salvarla fu il padre, che la convinse a non partire subito pensando alla difficoltà di trovare un parcheggio vicino all’università. Aveva 31 anni.

Dopo il trasferimento d’urgenza all’ospedale Sant’Eugenio di Roma, nel quartiere Eur, le venne impiantato un defibrillatore sottocutaneo, destinato a intervenire in presenza di aritmie potenzialmente letali. Gli arresti, però, continuarono: fu quindi inserita nelle liste d’attesa per il trapianto a Pavia e Udine.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.


Il terzo tentativo fu quello decisivo

Prima dell’intervento affrontò cinque operazioni tra Asti, la Toscana e il San Camillo di Roma, senza ottenere una soluzione definitiva. La convocazione arrivò infine dall’ospedale di Udine, dove operava il professor Cesare Puricelli.

Il 24 novembre 1998, a 34 anni, Elisabetta entrò in sala operatoria per tre volte. Nei primi due casi fu riportata in reparto perché i cuori disponibili non erano ritenuti in condizioni adeguate; soltanto al terzo tentativo venne individuato un organo compatibile. «Al terzo tentativo, io e il nuovo cuore eravamo perfettamente compatibili», ricorda.

Da allora la donna vive con il cuore donato. Il ricordo di quel periodo resta frammentario: dice di rammentare soltanto alcune date e di guardare oggi a quella lunga prova quasi come se fosse stata affrontata da un’altra persona. «Il 24 novembre 1998» è per lei «il giorno in cui sono rinata».


Il pensiero rivolto al piccolo Domenico

Licordari considera la sua vicenda molto diversa da quella del piccolo Domenico, a cui afferma di pensare spesso. Nel suo racconto, la selezione dell’organo avvenuta a Udine testimonia la cautela con cui, secondo lei, lavorano i medici italiani.

«Negli ospedali italiani i medici sono molto scrupolosi e rigorosi, e il mio caso lo dimostra», afferma. Dopo quasi tre decenni dal trapianto, la sua quotidianità continua così a intrecciare terapia, memoria dell’intervento e fiducia nella donazione.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere