Quando la violenza diventa una sfida: l’analisi sul caso minicar
Arianna Terrinoni invita a non attribuire tutto a social e videogiochi e indica nel gruppo, nell’empatia e nella gestione delle emozioni alcuni nodi centrali.
«Abbassare l’età dell’imputabilità non è la soluzione». Per Arianna Terrinoni, responsabile dell’Unità Semplice per le Emergenze psichiatriche in adolescenza della Neuropsichiatria infantile del Policlinico Umberto I di Roma, la risposta passa invece dalla capacità di riconoscere il danno provocato e di assumersene la responsabilità.
La specialista sottolinea che, quando un adolescente non accetta di mettersi in discussione, il lavoro può cominciare dai genitori. Sono spesso loro, spiega, a cogliere per primi i cambiamenti e a vivere direttamente la sofferenza legata a queste trasformazioni: intervenire sul contesto familiare può incidere sull’ambiente nel quale il ragazzo cresce.
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I segnali da non sottovalutare
A preoccupare non è un singolo episodio di trasgressione, ma una traiettoria fatta di comportamenti sempre più estremi, mutamenti netti nelle abitudini e una ridotta capacità di sopportare la frustrazione. Terrinoni invita però a non sovrapporre automaticamente questi elementi alla condotta di tutti gli adolescenti.
Nel distinguere una bravata da un atto violento conta anche l’intenzione con cui si agisce. La psichiatra considera l’educazione alle emozioni e il senso di responsabilità strumenti centrali; famiglia e scuola possono rafforzarli attraverso relazioni, sport, studio e coinvolgimento nella vita sociale.
Il gruppo può diluire la colpa
La spinta verso esperienze rischiose e trasgressive può produrre eccitazione, anche quando il prezzo viene pagato da un’altra persona. A favorire questo esito concorrono, secondo Terrinoni, una gestione fragile delle emozioni, la limitata capacità di immedesimarsi nel dolore altrui e una certa indifferenza davanti alle conseguenze.
Quando si agisce insieme ad altri, il peso della scelta individuale tende a ridursi e il pericolo può apparire meno concreto. In questo quadro, la violenza rischia di essere vissuta come una prova da superare o come un’attività capace di suscitare divertimento, invece che come un comportamento con effetti reali sulle vittime.
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Social e videogiochi non bastano
Le piattaforme digitali possono rendere più veloce la diffusione di un gesto: ciò che viene pubblicato può essere rilanciato, acquisire visibilità e diventare un esempio per altri. Terrinoni chiarisce tuttavia che l’imitazione non nasce con i social, ricordando fenomeni precedenti come il lancio di oggetti dai cavalcavia.
Anche i videogiochi vengono chiamati in causa per il loro sistema di ricompense e per la possibile familiarità con rappresentazioni violente. La neuropsichiatra esclude però un rapporto automatico tra questi strumenti e aggressioni reali: l’aggressività può essere alimentata anche dalle parole usate ogni giorno, dalle immagini, dalla comunicazione politica e dall’attenzione mediatica riservata alla sopraffazione.
Il caso di Monteverde a Roma
L’episodio di Monteverde, a Roma, non può quindi essere assunto come fotografia degli adolescenti nel loro complesso. In quel caso, due giovani a bordo di una minicar hanno aggredito alcuni passanti e in seguito hanno riferito di averlo fatto per divertimento.
Il fatto mostra, secondo l’analisi di Terrinoni, quanto sia necessario evitare spiegazioni uniche e generalizzazioni. «Non esiste un meccanismo univoco», afferma la specialista parlando dei comportamenti rischiosi, mentre la prevenzione dovrebbe concentrarsi sulla consapevolezza emotiva, sull’empatia e sulla riparazione delle conseguenze prodotte.
ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.
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