Milano, le vetrine infrante non bastano: il disagio che resta
Pietro Bussotti interpreta saccheggi e violenze come il segnale di una domanda di identità e riconoscimento che non può essere risolta soltanto con la repressione.
«Finché il valore di una persona sembrerà dipendere da ciò che indossa, mostra o possiede, la vetrina rotta resterà soltanto la parte più rumorosa di un problema molto più profondo». È la conclusione a cui arriva Pietro Bussotti, segretario di Benèpsys - Osservatorio Benessere psicologico e Salute, osservando le proteste e i saccheggi avvenuti a Milano.
Secondo lo psicologo, dietro l’assalto ai negozi non c’è soltanto la distruzione di uno spazio commerciale. Il gesto può diventare anche un modo distorto per rivendicare un’esistenza sociale, soprattutto quando mancano ascolto, appartenenza e prospettive concrete.
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Ai giovani servono legami reali
Bussotti individua tre esperienze che la società dovrebbe garantire agli adolescenti. La prima è la possibilità di essere ascoltati da adulti e istituzioni in grado di accogliere il disagio, compresi i conflitti che possono derivarne.
La seconda riguarda il sentirsi parte di una comunità attraverso ruoli, relazioni e forme di partecipazione che non dipendano dai “mi piace”. La terza consiste nella possibilità di immaginare un domani credibile, sostenuto da opportunità effettive di studio, lavoro e coinvolgimento nella vita collettiva.
La visibilità non sostituisce il riconoscimento
Il possesso di un oggetto desiderato, spiega l’esperto, non risolve la ferita che lo ha reso così importante. Essere ripresi, commentati, temuti o seguiti produce attenzione immediata, ma non equivale a essere considerati persone dotate di dignità, diritti, relazioni e possibilità.
Il riconoscimento autentico richiede tempo, rapporti affidabili e istituzioni percepite come credibili. Il riferimento teorico è Axel Honneth, secondo cui rispetto, appartenenza e stima sono componenti essenziali per costruire un’identità solida. Quando queste dimensioni vengono a mancare, la rabbia può cercare scorciatoie distruttive per rendersi visibile.
La merce diventa un passaporto sociale
In questa prospettiva, una scarpa costosa o un capo firmato non rappresentano soltanto beni da utilizzare. Il loro valore comprende anche il messaggio che trasmettono: successo, appartenenza a un gruppo e posizione riconoscibile agli occhi degli altri.
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Bussotti richiama il concetto di consumo ostentato elaborato da Thorstein Veblen e quello di capitale simbolico sviluppato da Pierre Bourdieu. Il primo descrive l’acquisto come esibizione di ricchezza e status; il secondo evidenzia che, oltre alle risorse economiche, contano prestigio, legittimità e considerazione sociale. Chi si sente escluso può vivere la mancanza non come semplice impossibilità di comprare, ma come negazione del proprio posto nel mondo.
Social e gruppo amplificano il desiderio
Il desiderio, osserva lo psicologo, non nasce in isolamento. Pubblicità, piattaforme digitali e coetanei attribuiscono a determinati prodotti un significato che va oltre la loro funzione. TikTok, Instagram, immagini condivise e filmati diffusi in rete trasformano anche la trasgressione in una possibile scena pubblica.
In questo meccanismo il furto non riduce il prestigio della merce. Al contrario, può rafforzarlo: l’oggetto diventa un trofeo che somma possesso, esposizione e approvazione del gruppo. Per questo, secondo Bussotti, chi devasta un esercizio commerciale potrebbe inseguire non solo le scarpe o gli accessori, ma l’identità e il riconoscimento che ritiene capaci di rappresentare.
Regole necessarie, prevenzione decisiva
La violenza, sottolinea Bussotti, deve essere respinta senza esitazioni. «Condannare non significa comprendere e senza comprendere diventa difficile prevenire», afferma, chiarendo che l’analisi delle cause non può trasformarsi in una giustificazione dei reati.
Lo psicologo riprende inoltre la riflessione di David Lazzari, presidente di Benèpsys, sul cosiddetto divario psico-evolutivo. Nell’adolescenza la capacità di frenare gli impulsi, sopportare la frustrazione, prevedere gli effetti delle proprie azioni e rispettare gli altri è ancora in formazione; pressione del gruppo, eccitazione collettiva e ambiente digitale possono renderne più evidenti le fragilità.
Servono dunque sicurezza, norme chiare e conseguenze per chi commette reati. Tuttavia, una risposta affidata esclusivamente a controlli e punizioni rischia di arrivare quando il danno è già compiuto. «Milano non ha mostrato soltanto una rivolta. Ha mostrato il corto circuito di una società che moltiplica i desideri, ma che non offre futuro, ascolto e riconoscimento», conclude Bussotti.
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