Mieloma, una nuova opzione dopo la ricaduta: cosa mostrano gli studi
Due combinazioni con belantamab mafodotin sono ora rimborsabili per alcuni adulti con malattia recidivata o resistente: gli studi indicano un controllo più lungo del tumore.
Per chi affronta un mieloma multiplo che torna dopo le prime cure, si apre una possibilità terapeutica aggiuntiva. La decisione riguarda soltanto determinati pazienti adulti e si basa sui risultati di due studi internazionali, nei quali le combinazioni con belantamab mafodotin hanno allungato il periodo prima di una nuova progressione della malattia.
Il farmaco è già stato utilizzato da circa 400 pazienti italiani negli ultimi dieci mesi attraverso programmi di accesso dedicati. La rimborsabilità è stata autorizzata dall’Agenzia Italiana del Farmaco per due schemi diversi, da scegliere in funzione dei trattamenti già ricevuti e della risposta ottenuta.
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Più tempo prima della progressione
Nel primo schema, belantamab mafodotin viene associato a bortezomib e desametasone dopo almeno una precedente linea terapeutica. Nel secondo è previsto l’abbinamento con pomalidomide e desametasone per persone già sottoposte a una cura che comprendeva lenalidomide. Si tratta quindi di un’opzione riservata alle fasi di ricaduta o di mancata risposta, non di una terapia da impiegare necessariamente al momento della diagnosi.
I dati arrivano dagli studi Dreamm-7 e Dreamm-8, che hanno confrontato le nuove combinazioni con trattamenti già impiegati nella pratica clinica. Nel primo lavoro, il 50% dei pazienti ha mantenuto la malattia sotto controllo per almeno 36,6 mesi, contro 13,4 mesi nel gruppo di confronto; nel secondo, il dato è stato rispettivamente di 32,6 e 12,5 mesi. Il risultato indica un rinvio della progressione e del ricorso a ulteriori trattamenti, ma non equivale alla guarigione definitiva.
La gestione richiede controlli agli occhi
Belantamab mafodotin appartiene agli anticorpi farmaco-coniugati. Il medicinale riconosce la proteina Bcma, presente sulle plasmacellule tumorali, e porta al loro interno una sostanza citotossica che ostacola la proliferazione cellulare e ne favorisce la distruzione. Il meccanismo lo distingue dalla chemioterapia tradizionale, pur non eliminando la possibilità di effetti indesiderati.
La somministrazione avviene per via endovenosa in day hospital, con un trattamento di 30 minuti ripetuto ogni 8-12 settimane. La scelta della combinazione e l’eventuale adattamento della dose dipendono dalle condizioni della persona, dalle cure precedenti e dalle resistenze sviluppate. «Le combinazioni vengono scelte e adattate in base alle caratteristiche della persona malata», spiega Elena Zamagni, associata di Ematologia all’Università di Bologna e dirigente medico al Policlinico Sant’Orsola.
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L’attenzione principale riguarda la cornea e la vista. Possono comparire alterazioni della superficie corneale, visione offuscata e altri disturbi oculari: per questo sono previsti esami oftalmologici periodici. Se necessario, il trattamento può essere interrotto o modificato; Francesca Gay, associata di Ematologia all’Università di Torino, sottolinea che «la somministrazione può essere quindi ripresa adattando la dose e frequenza al paziente».
Una malattia oggi più controllabile
In Italia si registrano ogni anno circa 6-7mila diagnosi di mieloma multiplo. Il tumore interessa le plasmacellule del midollo osseo, cellule normalmente deputate alla produzione degli anticorpi, e colpisce soprattutto le persone anziane: l’età mediana al momento dell’individuazione è intorno ai 70 anni. Tra le conseguenze possibili rientrano lesioni ossee, anemia, insufficienza renale e maggiore vulnerabilità alle infezioni.
Negli ultimi decenni alle terapie tradizionali si sono affiancati farmaci immunomodulanti, inibitori del proteasoma, anticorpi monoclonali, anticorpi bispecifici e terapie cellulari Car-T. Questo ampliamento degli strumenti disponibili ha contribuito a prolungare la sopravvivenza di molti pazienti, anche se il mieloma può richiedere controlli e trattamenti successivi nel tempo.
La vicenda di Giovanni Allevi ha reso più conosciuta una patologia spesso poco familiare al pubblico. Il musicista ricevette la diagnosi nel 2022, dopo un intenso dolore alla schiena, e ha raccontato le cure, l’ansia legata ai controlli e il ritorno all’attività musicale. Durante il percorso all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, una frase ascoltata da un altro paziente lo colpì particolarmente: «Qui siamo tutti uguali».
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