6.000Lettori online ora
Salute 2 min di lettura7 ore fa

La cura si misura nella vita: la sfida delle neuropatie disimmuni

Per Silvia Rossi di Argenx, il valore di una terapia va verificato anche attraverso autonomia, attività quotidiane e ascolto diretto dei pazienti.

Il vero banco di prova di una terapia non coincide con il momento in cui viene riconosciuta come efficace. Conta anche ciò che accade dopo, quando il trattamento entra nella quotidianità di chi convive con una neuropatia disimmune e può restituire autonomia, progetti e possibilità perdute.


Pazienti al centro della ricerca

Silvia Rossi, direttore medico di Argenx, ha sottolineato la necessità di progettare gli studi insieme alle associazioni dei pazienti, ai ricercatori e ai caregiver. L’obiettivo è affiancare ai dati clinici una valutazione concreta dell’esperienza delle persone e dell’effetto della terapia nella vita di ogni giorno.

Secondo Rossi, occorre sviluppare criteri di valutazione nuovi, non limitati a quelli adottati tradizionalmente. L’efficacia reale dovrebbe emergere dall’incontro tra osservazioni mediche e ascolto di chi affronta la malattia quotidianamente, così da misurare con maggiore precisione il beneficio ottenuto.


Il risultato è tornare a vivere

La ricerca, ha spiegato Rossi, raramente procede attraverso una successione ordinata di risultati positivi. Il percorso è fatto di avanzamenti graduali e di intuizioni decisive, fino al momento in cui una scoperta può tradursi in una soluzione concreta per il paziente.

Il passaggio più significativo arriva quando una persona riesce nuovamente a svolgere un’attività che prima le era preclusa, recupera indipendenza o può riprendere un progetto interrotto. È questo, secondo la dirigente, il secondo momento di svolta: quello in cui una terapia modifica davvero le prospettive individuali.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.


Conoscenza e alleanze per innovare

Rossi ha individuato tre condizioni per trasformare una scoperta in innovazione terapeutica: conoscenza, collaborazione e coraggio. Comprendere i meccanismi della patologia e i fattori che ne sostengono l’attività permette di individuare i bersagli sui quali intervenire e di valutare dove esista una concreta possibilità di modificare il decorso della malattia.

La medicina di precisione ha cambiato profondamente il modo di affrontare numerose patologie, ma nessuna innovazione nasce isolatamente. Un’intuizione può arrivare da un laboratorio, da un ospedale o dall’esperienza di un medico; per diventare una terapia, deve però unire competenze accademiche, cliniche e industriali. In Argenx, ha riferito Rossi, questo principio viene applicato attraverso una piattaforma dedicata alla condivisione delle conoscenze sull’immunologia, con il coinvolgimento del mondo accademico durante lo sviluppo delle possibili soluzioni farmacologiche.


Oltre i numeri degli studi

A rendere difficile l’accoglienza dell’innovazione contribuisce anche il fatto che essa mette in discussione interpretazioni e modelli già consolidati. Per questo, ha osservato Rossi, servono nuovi strumenti per leggere e controllare l’evoluzione della malattia, compresi marcatori differenti e prospettive di osservazione meno convenzionali.

La sfida consiste nel superare la sola significatività statistica e collegare i risultati alla condizione concreta della persona. “Dobbiamo riuscire a misurare veramente l’impatto che un’innovazione ha sulla vita quotidiana”, ha detto Rossi durante il webinar “Dalla ricerca alla vita – Quando le biotecnologie diventano qualità della vita”, promosso da WeHealth in occasione della Settimana europea delle biotecnologie 2026 dall’Associazione italiana dei pazienti di neuropatie disimmuni (Cidp) Italia Aps, con il contributo non condizionato della farmaceutica.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere