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Salute 2 min di lettura12 ott

Fegato, il diabete pesa sul rischio: l’immunoterapia allunga la sopravvivenza

Il regime Stride ha raggiunto il 17,1% di sopravvivenza a sei anni nei casi avanzati e mostra risultati anche nello stadio intermedio.

Il diabete di tipo 2 potrebbe avere un ruolo sempre più rilevante nella diffusione futura dell’epatocarcinoma: secondo Paola Pantanetti, responsabile della Diabetologia dell’Asl di Fermo, questa condizione può triplicare la probabilità di sviluppare il tumore. L’attenzione si concentra sulla Masld, patologia del fegato associata alla sindrome metabolica e a condizioni come sovrappeso e obesità.

«È importante curare non solo il fegato, ma anche le comorbidità presenti, come diabete e dislipidemia», ha sottolineato Pantanetti. Il quadro metabolico, dunque, entra tra gli elementi da considerare insieme alla malattia epatica.

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Il fegato si deteriora senza segnali

Ogni anno in Italia vengono diagnosticati circa 12.600 nuovi tumori del fegato. Fabio Piscaglia, professore ordinario di Medicina Interna all’Università di Bologna, ha descritto l’organo come una sede che può ammalarsi senza manifestazioni evidenti: l’infiammazione protratta produce danni che diventano visibili anche dopo decenni.

Quando il problema emerge, ha spiegato lo specialista, il danno è generalmente irreversibile. A rendere più complessa la gestione contribuisce anche la frequente presenza della cirrosi, la cui gravità incide sulla scelta del percorso terapeutico.


Sei anni di dati sull’immunoterapia

Nei pazienti con epatocarcinoma avanzato non operabile, il regime Stride ha associato una fase iniziale di attivazione della risposta immunitaria a una successiva terapia prolungata. Il protocollo prevede una somministrazione di tremelimumab e durvalumab, seguita dall’impiego del solo durvalumab.

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I risultati dello studio Himalaya indicano una sopravvivenza del 19,6% a cinque anni e del 17,1% a sei anni. «La sopravvivenza a 6 anni ha raggiunto il 17,1%, un dato mai riportato prima in uno studio di fase 3 in questo stadio di malattia», ha dichiarato Lorenza Rimassa, professore associato di Oncologia Medica all’Humanitas University.


Risultati anche nello stadio intermedio

Lo stesso approccio, affiancato a lenvatinib e alla chemioembolizzazione transarteriosa, è stato indicato come potenzialmente utile anche nei tumori epatici in fase intermedia. In questo contesto, la combinazione ha ridotto del 30% il rischio di progressione della malattia.

I dati sono stati presentati a Milano durante un incontro dedicato alle prospettive terapeutiche dell’epatocarcinoma, promosso da AstraZeneca. Il confronto ha affrontato sia l’evoluzione dei trattamenti immunoterapici sia il peso crescente dei fattori metabolici nella malattia.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

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