Dipendenza invisibile: il metodo di Vincenzo Bove per non smettere di credere
Per Vincenzo Bove la dipendenza non coincide con la persona: tra lavoro, famiglia e ricadute, il recupero passa anche dalla presenza di chi resta accanto.
“Siamo molto più fragili di quanto immaginiamo. E ho imparato che la fragilità non è una colpa”. Dopo oltre trent’anni accanto a persone e famiglie segnate dalle dipendenze, Vincenzo Bove riassume così il tratto che per lui conta più di ogni altro: non la caduta in sé, ma la possibilità che qualcuno resti vicino a chi sta perdendo l’equilibrio.
Restare non vuol dire coprire
Per Bove, il recupero non si esaurisce nel mettere fine all’uso di una sostanza. Conta anche il passaggio successivo: ricostruire fiducia, legami e capacità di scegliere. Una ricaduta, in questa prospettiva, non annulla ciò che è stato fatto; può invece diventare l’occasione per capire dove si è interrotto il percorso. È da qui che nasce il senso di Restare, il libro pubblicato con il Quaderno, dove nove racconti intrecciano dipendenza, vulnerabilità e possibilità di ripartenza.
Le storie raccolte nel volume arrivano fino a Bali. Gaetano si trova in carcere e la sua vicenda sembra già segnata dalla pena, dalla lontananza da casa e dalla droga. Eppure legge Restare, lo traduce in indonesiano e ottiene dal comandante del penitenziario il permesso di farlo circolare tra gli altri detenuti. Bove lo legge come un gesto piccolo solo in apparenza: per lui, dietro quella scelta, c’è ancora una storia aperta.
La sostanza che non si vede
Nel lavoro di Bove, la dipendenza più insidiosa è spesso quella che non dà nell’occhio. La cocaina, oggi, attraversa ambienti molto diversi: può riguardare un ragazzo, ma anche un professionista, un imprenditore o un genitore. La persona continua a mantenere impegni, relazioni e ruoli sociali, e dall’esterno può sembrare in pieno controllo. Proprio per questo la definisce una cocaina invisibile.
L’inganno, spiega, nasce quando il “funzionare” viene scambiato per benessere. Anche un uso concentrato nel fine settimana non va letto automaticamente come innocuo: il punto, semmai, è capire quale spazio la sostanza abbia già occupato nella vita di chi la usa. Se senza cocaina non ci si sente più in grado di divertirsi, lavorare o affrontare una serata, allora il rapporto con quella sostanza è già cambiato.
Dietro il consumo c’è un bisogno
Non tutti cercano la stessa cosa quando si avvicinano a una dipendenza. C’è chi insegue energia, chi vuole euforia, chi prova a sostenere ritmi che non riesce più a reggere. Altri, invece, cercano un modo per non sentire paura, solitudine, sofferenza o un senso di inadeguatezza. Bove richiama anche la storia di Luca e una frase che, in apparenza, sembra semplice: “Non ho mai avuto fame”.
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Per lui non si tratta della fame fisica, ma di un bisogno rimasto senza riconoscimento. Ecco perché interrompere l’assunzione non basta: occorre capire che cosa la sostanza stesse coprendo. La dipendenza, sottolinea, non coinvolge mai soltanto chi ne è colpito.
La famiglia tra aiuto e rischio
Il problema, infatti, si allarga a chi sta vicino. Familiari e amici possono diventare una risorsa decisiva, ma anche cadere nella trappola del proteggere troppo: coprire, giustificare, pagare debiti, inventare spiegazioni. Secondo Bove, questo tipo di sostegno finisce talvolta per rallentare la presa di coscienza della persona coinvolta.
Per questo insiste sulla presenza, che non coincide con l’approvazione di tutto. Vuol dire poter dire: ci sono, ma non posso vivere al posto tuo. Anche un rifiuto, quando serve, può trasformarsi in un gesto di cura.
Il lavoro di Bove comincia molto prima della sostanza e passa prima di tutto da un principio: una persona non coincide mai con il proprio errore. È la convinzione che attraversa sia il suo mestiere, iniziato nel 1989 nel campo delle dipendenze, sia il libro Restare. E proprio da lì prende forma anche l’idea che, persino quando tutto sembra compromesso, si possa ripartire.
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