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Salute 3 min di lettura5 giorni fa

Dimagrire, il falso duello tra proteine e pasta: cosa mostra lo studio

Il caso di Nadia Rinaldi riaccende il confronto tra carboidrati e proteine, ma i dati invitano a considerare quantità, metabolismo e sostenibilità dell’alimentazione

Fame persistente, voglia intensa di alcuni cibi o di dolci, spossatezza, calo dell’energia, problemi di concentrazione e perdita di peso troppo veloce possono indicare che un regime alimentare sia eccessivamente rigido o poco equilibrato. Sono alcuni dei segnali descritti da Loreto Nemi, specialista in Scienze della Nutrizione Umana e docente all’Università Cattolica di Roma.


Quando la dieta diventa troppo rigida

La presenza di questi sintomi non consente da sola di stabilire quale sia la causa, ma mostra quanto sia riduttivo valutare una dieta soltanto in base alla quantità di pasta, pane o proteine. Anche la possibilità di mantenere nel tempo un certo schema alimentare è un elemento centrale, insieme al bilancio energetico, alla qualità degli alimenti e alla conservazione della massa muscolare.

Il caso raccontato da Nadia Rinaldi si inserisce proprio in questo dibattito. L’attrice ha spiegato di seguire un’alimentazione con molte proteine e di consumare pasta e pizza soltanto saltuariamente, ma una scelta personale non può diventare automaticamente un modello valido per chiunque.


Proteine, il risultato non è automatico

Le proteine possono favorire la sazietà e contribuire a limitare la perdita di massa magra durante un percorso ipocalorico. Secondo Nemi, il fabbisogno generale può collocarsi intorno a 1-1,2 grammi per chilo di peso corporeo al giorno, mentre quantità più elevate possono essere valutate in situazioni specifiche, come la protezione della muscolatura, il rischio di sarcopenia o alcune condizioni cliniche.

Un’indagine randomizzata pubblicata su Obesity dall’Università di Copenaghen ha però messo in discussione l’idea che più proteine significhi necessariamente maggiore dimagrimento. Per cinque settimane, 17 uomini con sovrappeso o obesità hanno seguito due alimentazioni con lo stesso apporto calorico: una forniva circa 0,9 grammi di proteine per chilo al giorno, l’altra 1,8 grammi/kg. Nel primo schema, una parte delle proteine era sostituita soprattutto da carboidrati.


Lo studio danese non dà una ricetta

Nel gruppo con il contenuto proteico più basso si è registrata una riduzione media di circa 2 chili, senza che fosse stata imposta una limitazione calorica intenzionale. I ricercatori hanno rilevato anche un incremento di FGF21, ormone coinvolto nei processi di regolazione del metabolismo energetico.

Il risultato va comunque interpretato con cautela: il campione comprendeva soltanto 17 persone, tutte di sesso maschile e con età tra 25 e 45 anni, mentre l’osservazione si è protratta per appena cinque settimane. Il dato non dimostra quindi né che le proteine siano la soluzione per dimagrire né che ridurle rappresenti la strategia corretta. Indica piuttosto che il rapporto tra nutrienti e peso è più articolato della contrapposizione tra alimenti considerati favorevoli o sfavorevoli.

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Carboidrati, gonfiore e porzioni

Pasta, riso, pane, patate e frutta appartengono tutti alla categoria degli alimenti che forniscono carboidrati. Nemi spiega che il loro quantitativo può richiedere un controllo maggiore quando l’attività fisica è scarsa e il consumo energetico è ridotto, ma questo non implica la loro eliminazione: a fare la differenza sono soprattutto porzioni, stile di vita e fabbisogno individuale.

Lo studio danese ha inoltre osservato una perdita di peso nel gruppo che assumeva più carboidrati, senza che ciò significhi che aumentare pasta o pane produca di per sé un dimagrimento. Nel risultato complessivo entrano anche densità energetica, qualità degli alimenti, fibre, movimento e capacità di seguire l’alimentazione nel tempo.

Una sensazione di pesantezza dopo pasta, pane o pizza non dimostra automaticamente una reazione al glutine. Il disturbo può dipendere dalle quantità consumate e dall’insieme del pasto, anche se restano possibili condizioni da approfondire, tra cui intolleranze, allergie, ridotta tolleranza ad alcuni carboidrati o sensibilità al glutine.

Per questo, secondo Nemi, eliminare da soli un alimento o un’intera categoria non permette di individuare la reale origine del problema. La frequenza con cui si mangia pasta o pizza va inoltre valutata all’interno dell’intero schema alimentare: la stessa impostazione può essere adatta a una persona e non esserlo per un’altra, in presenza di ragioni cliniche, metaboliche o legate a precedenti interventi chirurgici.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

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