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Salute 3 min di lettura9 ore fa

Covid, l’Europa vede nuovi casi ma PJ.2.1 resta il vero enigma

In Francia e in altri Paesi aumentano le infezioni, ma i livelli restano contenuti: Federico Gueli invita a distinguere la crescita stagionale da una nuova emergenza.

L’aumento dei contagi rilevato in Francia e in altri Paesi europei riporta il Covid nel dibattito pubblico, ma i dati disponibili non descrivono una nuova fase critica. Secondo Federico Gueli, esperto italiano di evoluzione delle varianti, la circolazione resta bassa e l’incremento osservato a fine settembre è compatibile anche con la ripresa delle attività scolastiche.

Gueli invita quindi a non sovrapporre la crescita locale dei casi alle grandi ondate del passato. «Non c’è a oggi un allarme», ha spiegato, sottolineando che i livelli attuali non risultano superiori a quelli registrati nello stesso periodo dell’anno precedente.


La crescita resta frammentata

Il quadro europeo è difficile da definire con precisione perché il numero di tamponi, campioni e sequenziamenti si è ridotto sensibilmente. La Spagna appare alle prese con un’ondata che non ha prodotto particolare attenzione, mentre segnali di incremento arrivano anche da Francia, Belgio, Lussemburgo e Irlanda. Nel Regno Unito, invece, la fase di crescita sembra ancora iniziale.

In Europa circolano soprattutto quattro o cinque varianti. Due discendono da XFG e sono indicate come TA.1 e TK.1; un’altra, rilevata finora in Inghilterra e Spagna, dispone ancora di pochi dati continentali. In Spagna è stata inoltre individuata ST.1, sempre collegata a XFG, con cambiamenti in una proteina diversa dalla Spike. La sua diffusione sta superando quella di altre varianti, ma non ci sono elementi che facciano pensare a una maggiore gravità.

La situazione attuale è molto più dispersa rispetto agli anni precedenti. Dopo la primavera del 2025, XFG e NB.1.8.1 si sono affermate in aree diverse del mondo, ma in seguito nessuna variante è riuscita a imporsi su scala globale. Sono comparsi ceppi dominanti soltanto in singoli Paesi, continenti o regioni.


Perché non è una nuova emergenza

Tra le varianti seguite dall’Organizzazione mondiale della sanità figurano XFG, NB.1.8.1, BA.3.2 e PQ.16.1.1. Quest’ultima, nata in Cina come evoluzione di NB.1.8.1, ha provocato ondate rilevanti in diversi Paesi asiatici, tra cui Hong Kong, Singapore, Thailandia e Taiwan, prima di iniziare a diminuire. In Europa, negli Stati Uniti e in Oceania, però, non ha mostrato lo stesso vantaggio.

Secondo Gueli, la diversa efficacia potrebbe dipendere dal tipo di immunità presente nelle popolazioni asiatiche e occidentali, influenzata da vaccini utilizzati, precedenti infezioni e misure adottate durante la prima fase della pandemia. Anche BA.3.2, variante originaria del Sudafrica, ha avuto un percorso particolare: dopo aver rischiato di scomparire, ha ripreso terreno in Europa, Australia e Oceania durante l’inverno scorso.

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Le nuove sottovarianti hanno accumulato diversi cambiamenti nella proteina Spike, probabilmente aumentando la capacità di eludere le difese immunitarie. Questo vantaggio, tuttavia, potrebbe essere accompagnato da una minore efficacia nella trasmissione. Oggi gli eventi di superdiffusione sono ritenuti meno frequenti rispetto al passato, sia per il livello più alto di immunità sia per le caratteristiche delle mutazioni comparse.

Gueli descrive perciò una fase «molto equilibrata e frammentata», nella quale il virus non sembra avere lo spazio necessario per sviluppare rapidamente una variante capace di contagiare grandi porzioni della popolazione. Dal 2024 non si sono più osservate ondate globali sincronizzate: i picchi si sono verificati in momenti diversi e, in alcuni Paesi, sono trascorsi anche 12 mesi senza una vera ondata.


PJ.2.1 è sotto osservazione

L’elemento che gli esperti stanno seguendo con maggiore attenzione è PJ.2.1, definita da Gueli una nuova variante comparsa improvvisamente con un numero elevato di mutazioni. Il suo percorso è stato ricostruito partendo dal primo paziente identificato, una circostanza considerata insolita perché ha consentito di osservare anche l’origine del ceppo e la sua progressiva trasformazione.

L’analisi è collegata a un caso di infezione cronica seguito in un ospedale dell’Ontario dal collega Ryan Hisner a partire dalla fine del 2025. La persona continuava a risultare positiva e, nel tempo, il virus presente nell’organismo accumulava nuovi cambiamenti. In quel paziente PJ.2.1 avrebbe acquisito 20 mutazioni.

A gennaio la variante ha iniziato a essere rilevata a livelli ridotti, probabilmente all’interno dello stesso ospedale e in contesti di trasmissione ospedaliera. Da maggio, invece, ha cominciato a circolare anche nella popolazione. I dati disponibili, però, non autorizzano al momento a considerarla responsabile di una nuova emergenza né a collegarla a una maggiore gravità della malattia.

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