Carne rossa e diabete: il ruolo nascosto del Neu5Gc
Una ricerca francese associa i consumi più elevati di carne rossa a un rischio di diabete di tipo 2 superiore del 63%, con l’infiammazione tra i possibili meccanismi coinvolti.
Il legame osservato dai ricercatori non riguarda tutti gli alimenti allo stesso modo: il Neu5Gc assunto attraverso i latticini non è risultato associato al diabete di tipo 2, mentre quello proveniente dalla carne rossa sì. L’analisi indica inoltre che l’aumento di peso spiegherebbe soltanto una parte limitata della relazione, circa il 13%.
Il segnale arriva dalla carne
Tra i partecipanti con i consumi più elevati, l’assunzione media arrivava a 97 grammi di carne rossa al giorno. Considerando anche quella lavorata, il valore saliva a 136 grammi per gli uomini e raggiungeva 73 grammi per le donne; nel gruppo con i consumi più bassi, invece, la quantità era di appena 5 grammi quotidiani.
Rispetto a quest’ultimo gruppo, chi mangiava più carne rossa mostrava una probabilità del 63% maggiore di sviluppare il diabete di tipo 2. L’associazione risultava simile nei due sessi. Secondo i dati raccolti, il peso corporeo non sarebbe l’unico elemento in gioco: l’ipotesi è che possano intervenire processi infiammatori a carico delle cellule che producono insulina e dei tessuti che rispondono a questo ormone.
Neu5Gc, il possibile collegamento
Il Neu5Gc è uno zucchero presente naturalmente nella maggior parte dei mammiferi, ma non prodotto dall’organismo umano. Si trova soprattutto nella carne di bovino e di agnello, mentre compare in quantità inferiori nei derivati del latte.
Dopo l’assunzione, la molecola può essere incorporata nei tessuti umani e riconosciuta dal sistema immunitario come estranea. Da qui potrebbe svilupparsi una risposta infiammatoria persistente, già messa in relazione con tumori e patologie cardiovascolari. Il nuovo lavoro ha esaminato per la prima volta il possibile rapporto tra questo meccanismo e il diabete di tipo 2.
I risultati restano preliminari
La ricerca ha utilizzato i dati di 89.953 adulti inclusi nel progetto NutriNet-Santé. All’avvio dello studio i partecipanti, che avevano un’età media di 42 anni e per il 79% erano donne, erano in buone condizioni di salute; il monitoraggio è durato in media 7,2 anni e ha portato all’identificazione di 966 nuovi casi di diabete di tipo 2.
Le persone coinvolte hanno registrato gli alimenti consumati nell’arco di 24 ore. Nell’analisi sono state considerate diverse carni rosse, tra cui bovino, agnello, maiale, coniglio, capra e selvaggina; carne lavorata e latticini sono stati invece valutati separatamente. I ricercatori hanno poi suddiviso uomini e donne in cinque gruppi sulla base della quantità stimata di Neu5Gc ingerita.
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Cosa cambia tra carne e latticini
Per il Neu5Gc derivato dai prodotti lattiero-caseari non è emersa una relazione con il diabete di tipo 2. Il risultato potrebbe essere compatibile con la minore presenza dello zucchero nel latte vaccino e con porzioni mediamente più contenute, ma lo studio non consente di stabilire quale di questi elementi pesi maggiormente.
Le conclusioni, inoltre, non dimostrano che il Neu5Gc sia da solo responsabile dell’aumento del rischio: potrebbero esistere differenze tra le varie fonti alimentari oppure contribuire altre componenti della carne rossa. I ricercatori sottolineano quindi la necessità di ulteriori verifiche, anche per capire se una maggiore presenza di pollame o proteine vegetali al posto di manzo e agnello possa incidere sulla prevenzione.
L’ipotesi dell’infiammazione cronica
Le stime sono rimaste elevate anche dopo aver considerato attività fisica, alimentazione, fumo e altre condizioni mediche. L’associazione si è indebolita soltanto in parte inserendo nell’analisi l’indice di massa corporea, un dato che sostiene l’idea di meccanismi non riconducibili esclusivamente all’obesità.
“Il nostro studio conferma l’infiammazione cronica come meccanismo specifico che collega il consumo di carne rossa al diabete di tipo 2”, ha spiegato Leopold Fezeu, autore principale e ricercatore dell’Università Sorbona Parigi Nord di Bobigny. Lo studioso ha aggiunto che non è ancora possibile individuare la quantità di Neu5Gc capace di attivare la risposta immunitaria, ma che i dati indicano un rischio progressivamente più alto all’aumentare dei consumi.
La ricerca, di tipo osservazionale e ancora preliminare, è stata presentata al congresso europeo dell’Easd in corso a Milano, appuntamento al quale partecipano 13mila delegati da tutto il mondo. I risultati mostrano dunque un’associazione, non una prova definitiva di causa ed effetto.
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