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Salute 2 min di lettura2 ore fa

Angioplastica, il calcio è il vero banco di prova: cosa cambia

Le immagini داخل l’arteria e gli strumenti per trattare le calcificazioni possono rendere più sicuri gli interventi coronarici complessi, ma in Italia restano poco utilizzati.

Uno studio internazionale pubblicato su The Lancet indica che l’angioplastica guidata dall’imaging intravascolare può abbassare di circa il 29% il rischio di insuccesso della procedura o di complicanze nel lungo periodo rispetto alla sola angiografia. È uno dei motivi per cui la cardiologia interventistica guarda con sempre maggiore attenzione alle tecniche capaci di mostrare dall’interno la struttura delle coronarie.

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Le immagini diventano decisive

Le Linee Guida 2024 della Società Europea di Cardiologia hanno assegnato all’imaging intravascolare la Classe I di raccomandazione nei casi più articolati. L’obiettivo è trasformare un’indicazione sostenuta dalle evidenze scientifiche in una pratica accessibile, almeno per i pazienti che presentano caratteristiche di maggiore complessità.

In Italia, tuttavia, queste metodiche coprono ancora soltanto il 14% delle angioplastiche. Nell’ultimo anno sono state effettuate 18.205 procedure con ecografia intravascolare, in crescita del 14,1%, e 4.387 con tomografia a coerenza ottica, aumentate del 9,5%: complessivamente 22.592 interventi su 160.400.


Il calcio ostacola palloncino e stent

La presenza di depositi calcifici riguarda circa il 20-30% delle persone sottoposte ad angioplastica coronarica. Le forme moderate o gravi compaiono in circa un terzo dei pazienti con una coronaropatia significativa, soprattutto in una popolazione di malati sempre più anziana, spesso diabetica e con il coinvolgimento di più vasi.

Alfredo Marchese, direttore dell’Unità di Cardiologia Interventistica dell’Ospedale Santa Maria di Bari e presidente GISE, ha spiegato che le calcificazioni rigide possono impedire sia al palloncino di allargare adeguatamente l’arteria sia allo stent di aderire ed espandersi in modo corretto. Per questo la valutazione della placca non è un passaggio accessorio, ma può orientare la strategia dell’intervento.


Dalla diagnosi al trattamento mirato

Durante l’angioplastica, una sonda viene condotta fino alla zona ristretta della coronaria; il palloncino dilata il segmento ostruito e, quando necessario, una struttura metallica mantiene aperto il vaso. La procedura può essere programmata oppure eseguita con urgenza quando bisogna ripristinare rapidamente l’apporto di sangue e ossigeno al muscolo cardiaco.

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La semplice radiografia, però, non sempre restituisce informazioni sufficienti. Ecografia intravascolare e tomografia a coerenza ottica funzionano come strumenti ad alta definizione inseriti nella coronaria: aiutano a studiare la lesione, scegliere il dispositivo più adatto e controllare il posizionamento dello stent.


Onde d’urto contro le placche dure

Quando il calcio crea una barriera particolarmente resistente, il medico può ricorrere a tecniche specifiche. Tra queste figurano la litotrissia intravascolare, che utilizza onde acustiche per frammentare i depositi dall’interno, l’aterectomia rotazionale o orbitale e i micro-laser di nuova generazione.

Questi sistemi mirano a preparare la parete dell’arteria senza danneggiare i tessuti molli circostanti. Le tecnologie sono state illustrate dagli specialisti riuniti a Milano per il congresso nazionale della Società Italiana di Cardiologia Interventistica, dove è emersa anche la distanza tra il loro potenziale e l’impiego effettivo nel Paese.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

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