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Politica 6 min di lettura3 giorni fa

Welfare, il diritto che arriva solo a chi sa cercarlo

Dall’assegno unico all’Isee, il sistema italiano lascia indietro chi ha più bisogno e può cambiare rotta usando dati, regole e responsabilità pubbliche

Per molte persone una semplice notifica sul telefono non coincide ancora con l’accesso effettivo a una prestazione. Anziani, persone con disabilità, cittadini con scarsa conoscenza dell’italiano, lavoratori precari o famiglie senza una connessione stabile hanno bisogno anche di linguaggio chiaro, deleghe affidabili e canali non digitali, compreso lo sportello fisico.


Un diritto non dovrebbe sembrare un favore

Ricevere automaticamente una proposta di aiuto cambia il rapporto con il welfare: non ci si presenta come “assistiti”, ma come titolari di una prestazione. Per chi non ha mai chiesto sostegni pubblici, questa differenza può determinare la scelta di utilizzare oppure no un beneficio.

La responsabilità, quindi, non può ricadere interamente sul cittadino. I servizi dovrebbero essere progettati per accompagnare anche chi ha poca dimestichezza con la burocrazia, offrendo supporto umano, procedure accessibili e la possibilità di affidare la pratica a un familiare o a un operatore autorizzato.


Un dato rivela la falla del sistema

Il rapporto diffuso dall’Inps il 16 settembre mostra quanto l’accesso a una misura possa dipendere dalla capacità di attivarsi. Nel mese di luglio l’assegno unico ha raggiunto mediamente centosettanta euro mensili per figlio, ma 1.737.002 minori, quasi il 20 per cento del totale, hanno ricevuto soltanto cinquantotto euro perché non risultava presentato l’Isee.

Non è detto che tutte quelle famiglie avrebbero ottenuto una somma maggiore. I nuclei con redditi elevati potevano avere comunque diritto all’importo minimo. Per una famiglia economicamente fragile, però, la mancata certificazione può tradursi in una perdita fino a centosessantanove euro al mese per ciascun figlio. Una misura pensata per modulare l’aiuto in base alle condizioni economiche rischia così di penalizzare chi incontra più ostacoli nel compilare una domanda.

Il problema non è soltanto la disattenzione individuale. L’amministrazione dispone già di molte informazioni: l’Agenzia delle entrate raccoglie i dati sui redditi, l’anagrafe conosce i componenti del nucleo, mentre l’Inps registra contributi e prestazioni già erogate. Restano possibili ritardi o lacune sul patrimonio, sui cambiamenti recenti e sulla situazione concreta della famiglia, ma gli elementi disponibili potrebbero consentire almeno una proposta iniziale. Anche l’Isee precompilato, tuttavia, resta inutilizzato se nessuno lo attiva.


Dal modulo alla proposta automatica

Un caso esemplifica il limite dell’attuale impostazione. Davide, trentacinque anni e un figlio, ha un contratto a termine destinato a concludersi a fine mese. Quando il rapporto finisce, il datore di lavoro trasmette l’informazione agli enti pubblici: lo Stato può quindi sapere che il suo reddito sta per diminuire e che potrebbero maturare il diritto alla Naspi e a un assegno più consistente.

Nonostante ciò, Davide deve ricostruire da solo la propria posizione, alternando portali online, patronati e call center. Il sostegno non raggiunge necessariamente chi possiede i requisiti, ma chi conosce il percorso per farli valere. In questo modo il welfare, invece di ridurre le disuguaglianze, premia le persone più informate e organizzate.

Un modello diverso esiste già nella dichiarazione dei redditi, disponibile in forma precompilata da più di dieci anni. Applicato alle prestazioni sociali, potrebbe produrre tre cambiamenti: un Isee elaborato ogni anno sulla base delle informazioni note, l’erogazione dell’importo stimato a chi non interviene e un controllo dei diritti quando lo Stato registra eventi rilevanti, come una nascita o la cessazione di un impiego.

In presenza di situazioni difficili servirebbe inoltre un referente riconoscibile, capace di coordinare le pratiche. Oggi il cittadino può trovarsi a passare tra uffici e servizi che non condividono le informazioni, senza sapere chi abbia la responsabilità della decisione.

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L’intelligenza artificiale non deve togliere diritti

L’automazione può aiutare a individuare chi avrebbe diritto a una prestazione, ma non dovrebbe diventare uno strumento per escluderlo. L’esperienza dei Paesi Bassi dimostra il rischio opposto: un sistema informatico classificò come sospetti migliaia di beneficiari degli assegni per l’infanzia, provocando richieste di restituzione anche nei confronti di famiglie che non avevano commesso irregolarità. Lo scandalo portò alle dimissioni del governo nel 2021.

La regola dovrebbe quindi essere asimmetrica. Un algoritmo può segnalare o proporre un beneficio, ma non può da solo respingerlo, interromperlo o revocarlo. Ogni decisione sfavorevole dovrebbe spettare a una persona, essere motivata per iscritto e poter essere contestata.

La tecnologia, però, non basta. Dal 30 settembre al 4 ottobre, durante la Milano Digital Week, il Comune presenterà l’Ecosistema digitale urbano, una piattaforma destinata a favorire lo scambio dei dati prodotti dai servizi cittadini secondo criteri di governance prestabiliti. La questione decisiva sarà stabilire chi controlla quelle informazioni e con quali limiti.

Un sistema informativo può sopravvivere molto più a lungo di un’amministrazione eletta. I dati rischiano di essere usati dalla politica o di diventare dipendenti dai fornitori privati che progettano le infrastrutture. Il caso di Gaia-X, nato come progetto franco-tedesco per una rete europea dei dati, mostra come una governance fragile possa lasciare spazio proprio alle piattaforme da cui ci si voleva rendere autonomi.


Dati comuni, controllo condiviso

Una possibile risposta è la mutualità cittadina dei dati: un organismo a cui le persone affidano le proprie informazioni affinché siano impiegate a loro vantaggio. Il welfare proattivo potrebbe essere il primo settore in cui sperimentarla, perché gli archivi pubblici non registrano sempre un crollo recente del reddito, il carico di cura per un familiare anziano o determinate spese assistenziali.

Affidare questi elementi a un’istituzione governata dai cittadini, anziché direttamente all’ufficio che assegna il beneficio, permetterebbe di completare il quadro senza trasformare le informazioni in uno strumento di penalizzazione. Le finalità dovrebbero essere pubbliche e stabilite prima della raccolta, con divieti netti sulla profilazione commerciale, sul controllo individuale e sulle sanzioni contro chi aderisce.

La gestione potrebbe essere affidata a un consiglio di sorveglianza composto da aderenti eletti, esperti indipendenti selezionati con procedure trasparenti, Comune, università e organizzazioni sociali. Nessun gruppo dovrebbe disporre da solo della maggioranza; mandati brevi e non simultanei, incompatibilità, revoca e responsabilità personale servirebbero a limitare le concentrazioni di potere. L’attività quotidiana resterebbe a una direzione professionale, mentre gli algoritmi sarebbero sottoposti a verifiche indipendenti.

Un’assemblea degli aderenti potrebbe discutere gli obiettivi, proporre nuovi servizi e valutare le decisioni. La partecipazione, però, non implicherebbe la consultazione dei dati altrui: ciascuno dovrebbe poter vedere i propri e controllare chi li ha utilizzati, in quale momento e per quale motivo. Il diritto europeo sulle cooperative di dati offre già un primo riferimento, anche se per coinvolgere archivi come quelli di Inps e Asl sarebbero necessarie norme specifiche e intese con gli enti.

La domanda di fondo riguarda la prossima legge di bilancio: se lo Stato possiede già le informazioni necessarie per tassare una famiglia, perché quella stessa famiglia deve ripresentarle quando chiede un sostegno? Un welfare capace di proporre i diritti, senza imporli né negarli attraverso automatismi opachi, ridurrebbe gli ostacoli e renderebbe l’aiuto più vicino a chi ne ha davvero bisogno.

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