Venezuela-Usa, la mossa che cambia gli equilibri: cosa si scambiano
L’intesa tra Caracas e Washington porta benefici politici immediati a Delcy Rodríguez e apre agli Stati Uniti un accesso pesante su petrolio, minerali e riserve auree.
Per Nicolás Maduro il quadro non è affatto rassicurante: mentre a Caracas si consolida un nuovo equilibrio con Washington, la prospettiva che emerge è quella di un Paese sempre più dipendente dalle decisioni prese negli Stati Uniti. Sul tavolo, infatti, non ci sono soltanto relazioni diplomatiche più morbide, ma anche dossier economici enormi, dal petrolio alle riserve d’oro.
L’accordo che pesa più delle parole
A rafforzare questa impressione è il contenuto dell’intesa maturata tra i due governi. Gli Stati Uniti si garantirebbero il 20% delle riserve petrolifere venezuelane, oltre all’accesso ai minerali critici, mentre Caracas si muove dentro una cornice politica dettata da Washington. In parallelo, i due Paesi hanno concordato anche il trasferimento di 31 tonnellate di riserve auree del Venezuela, pari a circa 4 miliardi di dollari, da Londra a New York.
Lo scenario è stato descritto in termini molto ambiziosi anche a livello energetico. Al G20 per l’energia in Texas, Doug Burgum ha parlato di uno spostamento del baricentro del petrolio verso l’emisfero occidentale e fuori dal Medio Oriente. Per l’amministrazione Usa, questo passaggio rappresenta una tappa decisiva di una strategia più ampia.
Il faccia a faccia a New York
Il momento politico che ha reso visibile il disgelo è arrivato martedì al Lotte Palace di New York, a margine dell’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite. Donald Trump e Delcy Rodríguez si sono incontrati per la prima volta, con al tavolo anche Marco Rubio e Scott Bessent.
Secondo la versione di Rodríguez, il colloquio è stato una «riunione storica» e ha aperto un’«agenda comune» destinata a consolidare i rapporti tra i due Paesi. La stessa dirigente venezuelana ha ringraziato Trump per il sostegno al rientro di Caracas negli spazi multilaterali da cui era stata esclusa.
Maduro fuori scena, Machado bloccata
Nel dialogo non è stato citato Nicolás Maduro, che resta lontano dal centro della trattativa. Sulla sua posizione non è arrivata alcuna apertura, nonostante le domande della stampa. Nelle stesse ore, a Caracas e Washington si è anche fermato il tentativo di rientro della leader dissidente María Corina Machado, che in 24 ore aveva provato per tre volte a entrare in Venezuela.
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Fonti vicine all’operazione hanno riferito che l’ultimo tentativo è stato registrato nella notte di martedì ad Albrook, in Panama. Da lì Machado avrebbe dovuto partire con un volo charter, identificato con la matricola HP-4DMB, diretto a Curaçao, ma il decollo è saltato all’ultimo momento per un presunto guasto al velivolo. Secondo quanto riferito, avrebbe viaggiato con un passaporto diplomatico panamense concesso in modo irregolare da esponenti del governo di José Raúl Mulino.
Tensioni, accuse e vecchi equilibri
Poche ore prima del bilaterale, Trump aveva già alzato i toni in Assemblea generale. Davanti ai delegati aveva detto: «Al vincitore appartiene il bottino» e poi aveva definito Maduro «una delle peggiori persone sulla faccia della terra». Quelle frasi hanno provocato la reazione di Lula da Silva, mentre la delegazione cubana ha abbandonato l’aula; Delcy Rodríguez, invece, è rimasta.
Il presidente brasiliano ha accusato gli Stati Uniti di trattare la dirigente venezuelana come se fossero loro i veri superiori, sostenendo che una simile impostazione non giova né a Washington né a Caracas né alla democrazia. Restano lontani anche i tempi in cui Machado consegnava a Trump la medaglia del Nobel per la pace e parlava del suo «unico e straordinario impegno per la libertà del Venezuela».
Nello stesso contesto, Rodríguez aveva chiesto di poter incontrare la leader dell’opposizione, ma Marco Rubio non ha dato il via libera. Il segretario di Stato Usa, secondo la ricostruzione, sta invece seguendo altri fronti: dalla ristrutturazione del debito venezuelano, arrivato a 240 miliardi di dollari, fino al rinvio delle elezioni presidenziali in un Paese dove l’inflazione corre e il salario minimo legale vale appena 0,20 dollari al mese. Caracas, per ora, viene considerata da Washington «non ancora pronta».
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